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Lourdes – Santiago 1100 Km, in cammino con Pino Dellasega

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Un lungo cammino, uno zaino pesante, due bastoncini, un amico che parte..

Lourdes – Santiago de Compostela 1100 Km di cammino in solitaria. In questo spazio seguiremo Pino Dellasega nel suo lungo andare con aggiornamenti quotidiani in collegamento diretto seguiteci! 

**Per praticità di lettura l’ordine cronologico parte dal basso verso l’alto.**

31 maggio – MONTE DE GOZO – SANTIAGO COMPOSTELA KM. 4 (totale Km. 940,6)

31 maggio – SANTIAGO COMPOSTELA – NEGREIRA KM. 22 (totale Km. 962,6)

HO CAMMINATO CON LE STELLE

Ho camminato con le stelle, al cospetto di quella scia luminosa che noi chiamiamo via lattea, ho camminato dove l’apostolo Giacomo ha tracciato quel sentiero che porta in quel campo di stelle dove ogni anno milioni di persone affidano i loro destini al suo grande cuore.

Stelle che erano negli sguardi delle persone, luminose come la solidarietà di chi si inoltra in quel lungo viaggio interiore che nutre l’anima e fa capire che i grandi valori, le cose essenziali della vita sono veramente poche e che è bene tenercele strette.Ho camminato dall’alba al tramonto senza mai perdere un passo, perché ogni passo aveva valore ed io non ero mai sazio sino a quando, esausto, guardavo in alto nel cielo e mi dicevo per oggi basta sono soddisfatto. E quelle stelle di notte rigeneravano il mio corpo perché mi volevano di nuovo sul Cammino per insegnarmi qualche cosa di nuovo.

Ho visto quello che hanno guardato Rolando e Carlo Magno, ho potuto sentire il suono dell’eliofante e zoccoli di cavalli che portavano cavalieri in battaglia, il rumore delle spade dei templari e i canti dei monaci, ho bevuto alle fonti di pellegrini vestiti di soli stracci ma con la saggezza dentro il cuore.Ho camminato con le stelle, che ho visto negli occhi del bambino giapponese o dell’uomo del Marocco che la sua casa era il suo zaino, ho camminato con le stelle, che passo dopo passo mi rendevano sempre più forte e mi hanno regalato il pianto varcando la soglia della cattedrale.

Ho camminato con gli angeli, ho portato con me quegli angeli come Pietro e tutte le persone che non possono camminare, ma che con lo sguardo fanno molti più chilometri di noi e con il sorriso parlano al cuore. Ogni sera esausti prima di dormire io e Pietro abbiamo messo il sello alle credenziali e nella piazza di Santiago abbiamo aperto le braccia al cielo per la gioia, affidando a quel pugno di stelle il nostro grazie infinito.

San Giacomo ci è stato vicino e abbiamo sentito il suo respiro nelle giornate di vento, il suo calore nel sole e la sua commozione nella pioggia, lo abbiamo sentito bisbigliare “coraggio le stelle vi guardano” nei momenti di fatica e sorridere con noi quando la sera ponevamo gli zaini per terra.Ho camminato per tutti quegli angeli che non possono gustare il sapore dei passi nella polvere, ma che sono certo nella prossima saranno davanti a noi per insegnarci il sentiero che ancora una volta ci porterà a Compostela, dove in quel campo di stelle ho lasciato il mio cuore.

“Ho camminato con le stelle” sarà anche il titolo del mio prossimo libro dedicato a Pietro, il figlio di Chiara e Alessandro che con me ha condiviso ogni passo del Cammino e a tutte le persone che non possono provare la gioia di camminare… (Pino Dellasega)

Oggi il mio cammino è proseguito verso Finisterre e Muxia, a questo è un altro racconto…

29 maggio – SARRIA – PORTOMARIN – PALAS DE REI – SAN XIAO DO CAMINO KM. 50,2 (totale Km. 875,6)

30 maggio – SAN XIAO DO CAMINO – MELIDE – ARZUA – MONTE DO COZO KM. 60,7 (totale Km. 936,3)

IL DESTINO E IL PROFUMO DI SANTIAGO

Stanotte il francese sotto di me ruggiva come un leone arrabbiato. Non ho mai sentito russare cosi forte, avevo i tappi ma non servivano a nulla.A un certo punto sento movimento nel dormitorio, sarà ora di partire penso e così faccio un pò di strechting stando sopra il letto in modo da rendere meno penosa la discesa dal letto a castello. Per scrupolo guardo che ore sono e l’orologio segna le 02,30. Caspita penso, altro che partire, bisogna prima dormire, ma tra il russare e il mio rigirare nel letto, la notte rimane infinita.

Alle sei a colazione ritrovo Nicholas di Trento che ora vive a Valencia in Spagna ed è sul Cammino per la prima volta. Alle sei e mezza inizia una nuova giornata a piedi e chissà fin dove mi porteranno oggi.

Giornalmente mi scrivo con padre Mauro che mi accompagna spiritualmente e sono contento di quanto mi scrive: “Caro Pino, anche questa mattina presto ho letto il tuo diario, durante il mio ritiro spirituale in Val di Sole e mi ha colpito il tuo interesse per Carl Jung. Il “fenomeno” della sincronicità, penso proprio che il grande psicologo svizzero abbia ragione. Infatti a tutti ci capita di fare questa esperienza di provare la contemporaneità di due eventi connessi in maniera a-causale.

Coincidenza di due o più eventi atemporali, quindi non sincroni, legati da un rapporto di analogo contenuto significativo.” Padre Mauro Marasca è sempre per me un grande maestro di vita.Oggi parto da Sarria, dove in autunno ritornerò con il gruppo Ways e Chiara, dove insieme faremo la parte finale del Cammino partendo proprio da qui. Ero abituato a vedere un paesaggio autunnale ed ora in primavera, con questi giovani colori stento a riconoscere i posti in cui sono già passato. Il bel tempo mi è ancora amico e mi sembra impossibile che sino ad ora abbia preso solo una mattina di brutto tempo, in compenso con il grande caldo e il sole mi sono già spelato almeno tre volte in viso, ma essere baciati dal sole è bellissimo, mi da una grande carica di energia.

Quella volta non dovevo morire.

La mente alle volte non si può controllare e cosi porta alla luce un episodio della mia vita, che un caso fortuito ha voluto andasse diversamente. Era il 1975, nella caserma delle Fiamme Gialle in camera dormivo con Luciano di Sappada e Fabrizio di Santa Caterina Valfurva, ma spesso veniva a trovarci Guido, biathleta di Ziano di Fiemme.Quella stagione ero inserito nella squadra di biathlon e ci stavamo preparando per il Criterium Militare e il nostro allenatore di tiro, il maresciallo Gendarmi, quando non andavamo nei prati dell’Ischion alla periferia di Predazzo a sparare, ci faceva fare del “puntamento” in camera. Il puntamento consisteva nel disegnare un punto nero sul muro bianco che simulava il centro del bersaglio e noi passavamo ore ad esercitarci con la carabina scarica per ottimizzare la respirazione con la capacità di tenere fermo il più possibile il mirino della carabina sul centro.

Le carabine le tenevamo nell’armadio, ma tante volte quando noi eravamo a correre o con gli ski roll, i vecchi fondisti approfittavano della nostra assenza per prendere i nostri fucili e sparavano a tutto quello che si muoveva sotto la caserma, dai corvi alle galline del Franz.

Quel pomeriggio, appena dopo pranzato, entra in camera Guido e prende dal mio armadio la carabina ed inizia a fare il puntamento.Io sono seduto sul letto che stavo leggendo la mia rivista preferita di musica per vedere se era uscito “Born to Run” di Bruce Springsteen.Guido ridendo inizia prima a mirare la mia gamba, poi sale e mira il mio cuore, il dito è sul grilletto, lo preme leggermente poi abbassa di nuovo la carabina.
Gli dico di non puntarmi il fucile, perché anche se scarico non è un bel gesto.Lui continua a puntarmi la carabina, adesso sale e mira tra i miei due occhi, allora per l’ennesima volta mi arrabbio e cosi, quasi scocciato, inizia il puntamento sul bollino nero disegnato sul muro. Preme il grilletto leggermente e poi quando il mirino centra perfettamente il bersaglio, lo preme definitivamente per lo scatto a vuoto. Il rumore dello sparo è devastante e la pallottola calibro 22 provoca un buco nel muro di dieci centimetri.

Guido impallidisce di colpo e lascia cadere la carabina per terra, io rimango stordito e non dico niente, passano alcuni secondi che sembrano eterni e poi ci rendiamo conto di cosa era successo. I fondisti quando sparavano alle galline si erano dimenticati un colpo in canna. Quel giorno io non dovevo morire…Recuperiamo in fretta stucco e copriamo il buco nel muro e per fortuna, quel pomeriggio nessuno era in caserma, ovvero il piantone era talmente abituato a sentire spari pomeridiani che anche quello sembrava uno di quelli.Se invece Guido premeva il grilletto quando mirava la mia testa io ero morto e tante cose cambiavano nel destino dei due.

Non ci sarebbe stato il gruppo di orienteering delle Fiamme Gialle, non ci sarebbe stata la Scuola Italiana Nordic Walking con tutti i suoi meravigliosi istruttori e i loro allievi, non ci sarebbe stato il Cristo pensante delle Dolomiti, ma soprattutto non ci sarebbe stata la mia famiglia.

La sottile linea del destino alle volte è quasi invisibile.

Dopo Portomarin faccio un tratto di strada con Paola e Silvia di Parma, ma poco dopo loro hanno raggiunto la destinazione giornaliera e quindi non posso che salutarle.Il terreno di oggi è bello anche se comunque si continua a salire e questo fa bene al mio ginocchio che sento guarire con i chilometri.

Sarà la ormai vicinanza a Compostela ma oggi sono veramente a pieni giri, cosi continuo a camminare dalle sei e mezza di mattina fino alle sette e mezza di sera, tredici ore con una sola pausa di mezz’ora per il pranzo.Come gli altri giorni mi fermo solo quando sento che le energie sono alla fine e cosi giungo a San Xiao do Camino entro nel rifugio e chiedo se hanno un letto per la notte. Dal viso del proprietario vedo che il posto per me anche per stanotte è assicurato.

Cena di gruppo con gli altri pellegrini che provengono da ogni parte del mondo e per chiudere la giornata mi diletto in qualche scatto al tramonto dove il sole e la luna nel medesimo tempo baciano la piccola chiesetta del paese. Un tocco di magia in una giornata che ancora una volta mi ha riempito il cuore di emozioni.

L’alba ha salutato la mia partenza e anche oggi di preannuncia una lunga giornata di cammino, ormai sono alla penultima tappa prima di Santiago e ho voglia di spingermi avanti. Non avendo fatto colazione perché era ancora chiuso il bar, cammino sino a quando raggiungo Melide verso le 9.

Melide è anche conosciuta per le famose pulperie e a dire il vero sono oltre 900 chilometri che aspetto di assaggiare il polpo alla Gallieca proprio in questo posto e anche se è troppo presto me lo ordino a colazione e lo mangio insieme ad una tazza di caffelatte. Il polpo mi resterà sullo stomaco per tutta la giornata e cosi salto anche il pranzo di mezzogiorno.

Durante il cammino penso al mio amico Giuliano Stenghel, il forte alpinista di Rovereto e a come siamo accomunati da un sottile filo che però non trova una spiegazione logica. Io ho portato sul monte Castellazzo il Cristo pensante e lui ha posizionato un sacco di Madonne su tante cime. Forse un giorno arriverà una spiegazione a tutto questo, ma nel frattempo siamo entrambi orgogliosi di averlo fatto.

Questo tratto è il regno degli eucalipti che mi riempiono i polmoni del loro profumo.Oggi intendo chiudere la giornata verso il paesino di Lavacolla, zona aereoporto di Santiago, posto che raggiungo verso le 20,30 ma purtroppo non ci sono albergue per pellegrini, ovvero c’è un hotel ma io voglio continuare a dormire negli ostelli con gli altri pellegrini.

Pino mi dico, è il momento di tirar fuori la resilienza. Sono combattuto tra il corpo che ormai si rifiuta di andare avanti e la mente che continua ancora a guardare un po’ più avanti. Mi giro la visiera del berretto indietro e proseguo il cammino e punto diritto al Monte do Gozo che dista ancora 6 chilometri di distanza con almeno tre di ripida salita. La mia paura è quella di trovare chiusa la reception e quindi non poter entrare ma ormai ho poche alternative.

Per la seconda volta in tutto il Cammino, dopo il tappone di Burgos, prendo un ritmo da sei minuti al chilometro e mi accorgo che in questi sei chilometri finali sto facendo più danni ai piedi che nei novecento precedenti, ma non ho molte alternative. In breve mi ritrovo due vesciche, una sul calcagno e l’altra tra le dita e devo continuamente tenere sotto controllo un crampo al polpaccio che ha momenti mi blocca leggermene, per fortuna la gamba.L’ostello dove sono diretto è sconsigliato dalla guida ma è l’unico sul monte, il sole è appena calato e diventerà buio rapidamente.

La Via Lattea si è illuminata di due grandi stelle che mi accompagnano con la loro luce al rifugio. Sono cosi belle da lasciare senza fiato. Sono quasi su quel campo di stelle dove San Giacomo ha scelto di chiudere la sua vita terrena.

Arrivo verso le 22,30 affamato e stanco, per fortuna il polpo della mattina è andato giu e mi è ritornata la fame. Entro nell’ufficio e senza dire nulla guardo negli occhi l’addetto, alle volte non servono parole per capire se il posto c’è, lui mi guarda e mi dice “benvenuto pellegrino” e così mi faccio timbrare le due credenzial.Lo stanzone è pieno di ragazzi che sono ancora svegli e cosi ho tutto il tempo per fare la doccia e andare in un bar che dista mezzo chilometro per mangiare qualche cosa. Scelgo una pizza ma riesco a mangiarne solo la metà perché la stanchezza mi ha tolto la fame. Mi faccio incartare l’altra metà, non si sa mai che stanotte mi ritorni la voglia di mangiare.

Ho percorso la bellezza di 60,7 chilometri e sono a 4 chilometri da Santiago.

Molti si chiederanno che cosa succede al metabolismo e al consumo energetico durante un’esperienza come la mia. Mangio la metà di quando sono a casa e consumo dieci volte di più, ma questa ve la racconto durante il cammino da Santiago a Finisterre e Muxia, che intendo iniziare già domani dopo la messa del pellegrino nella Cattedrale di Compostela.

In due giorni ho coperto la distanza di 111 chilometri, proprio per gustarmi al meglio l’arrivo domani mattina nella piazza dell’Obradoiro, dopo ben oltre 900 chilometri di cammino.

Vado a dormire con una gioia indescrivibile, domani (oggi) abbraccerò l’apostolo di Gesù, patrono dei pellegrini e camminatori… (Pino Dellasega)

27 maggio – CAMPONARAYA – VILLAFRANCA – O’CEBREIRO KM. 45,0 (totale Km. 778,9)

28 maggio – O’CEBREIRO – TRIACASTELA – SARRIA KM. 46,5 (totale Km. 825,4)

IL TRAMONTO E L’ALBA SULLA GALIZIA

Prima di partire consulto la cartina per capire fin dove posso arrivare oggi. E’ la prima volta che decido il punto di arrivo, ma questa volta lo faccio solo per il fatto che ho davanti un tappone e devo cercare di far combaciare le ore di cammino con i posti di sosta.

Ho un ginocchio che mi fa male al crociato anteriore a causa della discesa e per via del pesante zaino nemmeno i bastoncini sono serviti per togliere un pò di peso alle ginocchia. Per l’arrivo di oggi prendo di mira O’Cebreiro a 45 chilometri di distanza e con un finale in salita con un dislivello di 700 metri. Una bella sfida, perché per cercarlo nella guida Michelin devo girare due pagine e mezza. Ma le sfide sono belle proprio quando il dubbio supera la certezza altrimenti che sfide sono?

Questa mattina il mio cammino inizia con cinque trentini di Comano Terme che ho conosciuto ieri sera a cena, loro sono partiti da Leon. Dopo un primo tratto dove ci scambiamo un pò di pensieri però da Villafranca del Bierzo in poi non li vedo più.

Anche se il tracciato costeggia la strada devo dire che è molto bello, immerso nel verde dove le colture di uva e ciliegie la fanno da padrone. Ad un certo punto non mi accorgo della possibilità di scegliere tra due itinerari per raggiungere Villafranca e prendo cosi quello che allunga il percorso di due chilometri, ma devo dire che sono stato contento perché ho potuto fare delle belle fotografie.

Tante persone nei campi stanno raccogliendo le ciliegie e cosi mi fermo a fare qualche scatto fotografico. Ci sono dei secchi di plastica neri pieni zeppi di ciliegione, che gola che mi fanno, chiedo se posso assaggiarne una, ma una gentile signora me ne da un pugno, davvero molto buone.

Nel vedere quei secchi ripenso a quando ero bambino e quei secchi li usavo pure io, non per le ciliegie ma per raccogliere funghi. Erano verdi, quelli usati per la biancheria e li prendevo in prestito a mia mamma e ogni mattina verso le sei partivo a piedi da casa per le Coronelle, i miei posti più vicini al paese per i funghi.

Avevo 12 anni e già quasi tutti i ragazzini di questa età durante l’estate andavano a lavorare, e io, già da un paio d’anni piantavo chiodi per la costruzione di cassette in legno. Dalle otto di mattina alle sei di sera, in scantinati dove l’occhio del sindacalista non poteva vederci e sottopagati a 5 lire all’ora.

Per andare a funghi avevo del talento, me lo aveva trasmesso mio papà che sin da piccolo mi portava con la vespa per funghi nei boschi di Cece. Partivano da casa, io seduto dietro, ancora con il buio e mano a mano che salivamo che si incominciava a vedere, io da dietro ogni tanto gli dicevo “ferma che ho visto una brisa” e tante volte si arrivava sul posto che ne avevamo già raccolto un bel po. Mio papà conosceva tutti i posti buoni da funghi e con precisione impressionante da una volta all’altra non sbagliava di un centimetro il luogo dove andare e ogni volta c’erano brise nuove.

Ho ancora negli occhi il giorno dove in venti metri di spazio ne abbiamo trovato 36 chili, di cui una di 3 chili e due etti, la cui foto la conservo ancora.Cosi quell’estate decisi di non andare più a far cassette di legno, ma di dedicarmi alla raccolta dei funghi; allora non c’erano limiti di raccolta e siccome si era sparsa la voce che io raccoglievo solo quelle piccole e fresche ero stato contattato da due signori di Bolzano, che tutte le mattine mi davano appuntamento alle dieci al Bar Longo e mi acquistavano in blocco i funghi che poi rivendevano a Bolzano.

A me andava bene perché guadagnavo molto di più che lavorare in fabbrica.Però avevo dei dubbi sul peso che loro mi calcolavano e cosi un giorno prima di arrivare al bar Longo passai dal fruttivendolo per farli pesare. Cosi scoprii che la bilancia dei bolzanini era truccata in quanto pesava sempre un chilo in meno e cosi da quella volta prima di arrivare in paese, immergevo tutte le brise in una fontana in modo che si impregnassero di acqua e cosi bilanciavo l’imbroglio.

Un giorno, finita la raccolta mi fermo su di una panchina nel punto panoramico delle Coronelle, da dove si vede il paese di Predazzo in tutta la sua grandezza. Mentre stavo pulendo con il coltellino i funghi, vedo arrivare un squadra di finanzieri. Quello che li comandava lo vedevo spesso in paese e sapevo che si chiamava Ermanno, era un appuntato. Mi si avvicina e vedendo tutti quelle brise cosi belle e piccole, senza mezze parole mi dice: “senti bocia, facciamo una scommessa, il primo che arriva in paese vince e si tiene le brise dell’altro, se ci stai ti puoi prendere anche quelli che hanno gli allievi finanzieri”.Io sulle scommesse ero sempre bene attento e scommettevo solo se ero sicuro di vincere, anche perché avevo già gli acquirenti che mi aspettavano in paese.

Accetto la sfida e cosi aspettiamo un quarto d’ora per dar modo alla compagnia di finanzieri di aspettarci all’inizio del paese e poi partiamo. Conoscevo ogni centimetro del bosco, tutti i tagli dove potevo buttarmi in discesa, ma mi misi dietro Ermanno per la prima parte della discesa, lui si voltava in continuazione e vedeva che stavo perdendo terreno, ma non sapeva che lo facevo volutamente perché non volevo che vedesse dove avrei fatto la picchiata verso il paese. Infatti dopo una curva uscii dal sentiero e mi buttai giù per un canalone pieno di aghi di abete con una pendenza impressionante, ma in discesa non sbagliavo un passo e in pochi minuti ero giù.

Dopo circa un minuto arriva l’appuntato convinto di avermi staccato e vedendomi con il sorriso soddisfatto per poco non gli veniva un colpo. Tra i sottili commenti dei finanzierotti mi diede tutti i funghi e cosi quel giorno dovetti fare alcuni viaggi per portarmeli a casa.Avrei tanti aneddoti da raccontare ma quest’altro mi piace davvero: un giorno sempre alle Coronelle incontro una signora che si era smarrita e come mi vede si avvicina un po’ preoccupata e mi chiede: “scusa sei della zona?” e io “no Dellasega” e lei mi risponde arrabbiata “screanzato”.

Sul Cammino da un pò di giorni noto che i pellegrini non sono più cosi attenti a far amicizie a capire con chi stanno camminando, ma sono molto più riservati e non cercano il dialogo e devo dire che anche per me è cosi, sto talmente bene nei miei pensieri che non cerco altro.

Due francesi che incontro dopo Villafranca del Bierzo che hanno dormito con me stanotte, consultando il gps mi dicono che abbiamo percorso già 25 chilometri e che loro si fermano. Per i primi 30 chilometri oggi ho tenuto un buon ritmo, circa i cinque chilometri all’ora e sono riuscito a fare tutte le foto e video alle cose interessanti che incontravo, ma adesso si fa sul serio, iniziano i 12 chilometri di salita che portano sulla cima, sullo scollinamento dell’O’ Cebreiro che è anche il confine tra le due provincie di Castilla y Leon con la Galizia.

Nel paesino che anticipa l’ascesa, seduti su una panchina di pietra davanti ad un negozio, una famiglia di giapponesi sta dormendo per la stanchezza e per ritrovare nuove energie per la salita. Il ragazzino credo facesse credere ai genitori di riposare perché ha un sonno sorridente avendomi visto.Infatti come mi avvicino per fotografarlo apre gli occhi e sorride. Che sguardo e che forza piena di energia ho visto in quel bambino, cosi piccolo ma cosi già immensamente grande. Mi porterò nella mente quel viso sino sulla cima della montagna.

Il caldo e la salita, conditi con i chilometri già fatti rendono duro l’avvicinamento alla metà ma nonostante questo mi diverte camminare, provo una grande soddisfazione. Più i giorni passano e più sento il bisogno di muovere i passi per ore.

Ormai la pausa pranzo è diventata un opzional con una sosta breve verso le due del pomeriggio e si risolve con il mangiare un pò di frutta. Invece continuo a bere acqua perché sento che il corpo si disidrata.

Sono ormai le sette di sera e sono dodici ore che cammino quando incontro il pilastro che segna l’inizio della Galizia, mi fermo per fare foto e video e poi faccio l’ultimo chilometro che mi porta in cima, nel piccolo paesino di O’Cebreiro dove, una volta fatte le foto al paesino e alla chiesa dentro e fuori, cerco l’albergue comunale dove per fortuna trovo posto.

Questa sera ho lasciato alle spalle le emozioni della Castilla y Leon, ma mi posso godere in solitaria del tramonto sulla Galizia. Un momento di gioia indescrivibile, sono ormai a 150 chilometri da Santiago e la soddisfazione che sento dentro di me è immensa.

Dopo il tramonto di ieri sera questa mattina alle sei quando inizio a camminare incontro l’alba, con dei colori bellissimi e sotto di me un mare di nebbia che copre i pascoli bassi della Galizia.

La prima ora è ancora quasi buio, ma già ci sono pellegrini in cammino.Il percorso nella prima parte è un scendere e salire tra pascoli alti dove mucche e pecore mangiano erba non interessate al passaggio dei camminatori.

La parte invece che precede l’arrivo a Triacastela è in discesa ripida e noto che tanti rallentano per problemi con le gambe. In questo tratto, nonostante abbia già fatto oltre 800 chilometri mi vengono due vesciche nella parte alta delle dita, niente di grave, le copro solo con una crema e un cerotto da taping e via senza alcun disturbo.

Da Triacastela scelgo la via che passa per il monastero benedittino di Samos, forse uno dei più belli della Spagna. Il percorso è tra una vegetazione incredibilmente verde ma un continuo sali e scendi, ma ne vale la pena perché dall’alto il monasterò è una vera magia che appare all’improvviso per rompere la fatica.

Da Samos fino a Sarria il percorso è interessante e paesaggisticamente bello, ma non finisce mai, su passano diversi paesini disabitati, stalloni pieni di mucche dove scorrono le segnaletiche con il nome della località, ma io non voglio controllare sulla cartina, tanto ero sicuro di essere ormai arrivato, stando alla carta della Michelin dovevano essere 12,5 invece erano ben 15 e a fine giornata li stavo sentendo tutti.

A Sarria nella zona centrale della città decido di chiudere per oggi la giornata di cammino, sono le sei del pomeriggio ed era iniziata alle sei di mattina.

Sono talmente stanco che devo impegnarmi per mangiare qualche cosa… (Pino Dellasega)

25 maggio – SAN MARTIN DEL CAMINO – ASTORGA – RABANAL DEL CAMINO KM. 43,5 (totale Km. 691,8)

26 maggio – RABANAL DEL CAMINO – MOLINASECA – PONFERRADA – CAMPONARAYA KM. 42,1 (totale Km. 733,9)

LA SINCRONICITA’, LA NATURA CHE VINCE E LO SPLENDORE DEI TEMPLARI

Ieri sera a cena ho potuto parlare italiano con Antonio di Foggia e Rolando di Roma che si sino incrociati sul cammino e ora viaggiano ogni metro assieme, si sono ben amalgamati. Rolando è zio acquisito di Valerio Checchi ex atleta Fiamme Gialle che conosco bene.

Stanotte non ho chiuso occhio, continuavo a rigirarmi nel letto, forse era la troppa stanchezza a tenermi sveglio, sta di fatto che alle sei sono in piedi e questa volta sono io a dare il via alla giornata, uno alla volta i sedici compagni di stanza si alzano e preparano come ogni giorno lo zaino, cercando meticolosamente di mettere via le cose con un senso.Il costo dei servizi è davvero irrisorio, per dormire negli albergue chiedono dai 5 agli 8 euro, per la colazione euro 3 oppure a donazione libera e per la cena del pellegrino dagli otto ai 10 euro, il tutto devo dire con molta cordialità.

L’onda di pellegrini verso Santiago si mette in moto anche stamattina, tutte facce nuove, ormai ci sono persone che ho raggiunto e che sono partite 8-10 giorni prima di me. A parte i tre amici di Nocera Inferiore, non ho mai incontrato il giorno dopo una stessa persona.Tutti mi dicono che vado veloce, ma non è vero e quando cammino con loro capiscono che sono sempre dietro. La differenza non sta nel passo ma nel tempo. Loro alle due del pomeriggio si fermano per riposare e per passare a notte, mentre io continuo anche nel pomeriggio per altre sei ore di cammino ed è questa la vera differenza, quei venticinque chilometri in più al giorno che faccio io. La mia media di cammino è veramente bassa, la mattina viaggio ai cinque chilometri all’ora, poi nel pomeriggio la stanchezza mi prende e rallento e vado a quattro chilometri all’ora, poi verso sera, il mio fisico reagisce positivamente e non comprendo il perché e viaggio di nuovo ai cinque chilometri all’ora. Il tutto con tante fermate per fare le riprese e le fotografie, che spesso faccio con l’autoscatto.

Il tratto che porta ad Astorga, antica città fondata dai romani è tutto lungo la strada statale e alterna dei tratti di asfalto a sterrato, ma devo dire che il paesaggio è davvero bello, per la diversità delle fioriture, dove le ginestre spiccano con il loro giallo, ma anche le rose selvatiche fanno la loro parte, da quella rossa, alla bianca, alla rosa e anche in questo tratto mi imbatto in quella gialla, la moscheta. In un prato ci sono ben 14 cicogne che stanno cercando qualche insetto tra l’erba da portare ai piccoli, nei nidi edificati sulle chiese. Per me è una piacevole novità.Astorga è una bella cittadina tranquilla, vado subito davanti alla Cattedrale, ma tutti i portoni sono chiusi, il lunedì le chiese non aprono, davvero un peccato perché avevo letto molto sulle bellezze che contiene, quindi mi accontento di qualche fotografia da fuori e proseguo il mio cammino.

Oggi il mio cervello è andato sulla sincronicità e sul libro di Karl Jung che sto leggendo. Una lettura difficile per me, ma in molti passi mi ritrovo nei fatti accadutimi.

Penso che nulla accade per caso, ma che tutto è collegato da sottili fili che noi spesso liquidiamo con “è stato un caso”, ma nella realtà non sono casuali ma causali. Uno dei casi classici è quando pensi ad una persona che non vedi da anni è pochi minuti dopo la incontri. Il nostro cervello l’aveva già vista prima degli occhi, forse viaggiando in dimensioni parallele che sono il nostro inconscio vede.

Due anni fa sono rimasto sbalordito da una storia che mi è accaduta. Ricevo una telefonata da una coppia di genitori di Padova, che mi raccontano di essere stati in settembre al Cristo pensante con il figlio diciottenne. Poco dopo il loro ragazzo perde la vita in un incidente stradale e per loro la vita diventa un calvario.

Al telefono non posso che dispiacermi tanto per quanto gli è successo, però loro mi chiedono di poterci vedere perché hanno delle cose da dirmi. Passa un po di tempo e in occasione di una conferenza che tengo a Padova, gli avviso che potremo vederci nel primo pomeriggio e così fissiamo l’appuntamento in un bar di fronte alla basilica di Sant’Antonio.Arrivo un po prima e mi faccio un giro per visitare l’interno della chiesa e poi esco nel piazzale antistante.

Con calma mi dirigo al bar e loro sono già li ad aspettarmi, mi fanno accomodare e mi raccontano la triste storia e anche di coincidenze che stanno loro accadendo nell’ultimo periodo. Per loro sono segnali che gli lancia il loro ragazzo per fargli capire che gli vuole bene e che anche lui sta bene. In vita il ragazzo amava disegnare dei cuoricini ovunque.

Ebbene, in ogni occasione o gesto, adesso si ritrovano la forma del cuore, e il papà mi fa vedere alcuni casi, come ad esempio quando taglia la legna, l’interno del tronco ha una figura uguale al cuore, in fotografie che scattano e in altre cose.In quel momento un brivido mi assale, non è possibile mi dico, e dalla tasca estraggo un piccolo cuoricino color oro che pochi minuti prima avevo trovato davanti alla basilica, cosi gli accompagno sul posto dove lo avevo trovato e nel medesimo punto ce ne era un altro uguale, che loro conservano.

Davanti ai miei passi sul Cammino di Santiago, pochi secondi dopo che avevo pensato al fatto di Padova mi ritrovo un cuore fatto con dei sassolini. Sincronicità…


Assorto nel cammino e nei pensieri, i chilometri passano veloci e nonostante la parte finale della giornata sia decisamente in salita, verso le 6 di sera arrivo al primo rifugio di Rabanal del Cammino dove entro e trovo subito posto, in una camerata con altri dieci pellegrini.

Come sempre per prima cosa faccio timbrare le due credenziali e le metto al sicuro in una tasca interna dello zaino, sono un bene prezioso che porto sul Cammino. La sera trascorre serena e anche veloce, dove al calduccio nel bar metto su carta i pensieri della giornata e devo dire che il Cammino ne produce davvero tanti.

E’ iniziato il concerto dei russatori, scivolo nel sacco a pelo e con la luce del telefonino rivedo il percorso che ho fatto oggi e faccio la strategia chilometrica per domani.

Finalmente si riprende con un terreno di salita e discesa, sarà impegnativo considerato il peso dello zaino ma come ogni giorno metto in preventivo pochi chilometri, sapendo benissimo che poi, nel pomeriggio la testa mi aiuta a farne molti di più.

Sono le sei di mattina quando lascio il rifugio, è ancora buio, ma tra un po i miei passi saranno illuminati dall’alba. Il primo tratto di salita che porta alla Croce di Fierro è un giardino, rivedo gli stessi fiori che avevo notato sull’altipiano di Atapuelca, i costoni delle montagne sono resi viola dalla fioritura dell’erica e della lavanda, una meraviglia.

Nella salita raggiungo Paolino di Cremona e cosi facciamo tutto il tratto sino a Riego dove lui si fermerà. Mi dice che sul Cammino ha conosciuto tante amici e che quando si perdono si telefonano per far combaciare il momento del riposo notturno. Paolino conosce bene le Dolomiti in quanto appassionato di montagna.

Alla Cruz de Hierro è un momento particolare, intenso e getto sul grande mucchio di sassi anche quello che ho portato da casa e raccolto al Cristo pensante sul Castellazzo. La discesa verso Ponferrada è lunga e con un terreno sconnesso e lo zaino incomincio a sentirlo soprattutto nei piedi.

D’un tratto vedo che sta salendo una donna con la tuta della Scuola Italiana di Nordic, caspita che abbia le allucinazioni? Era Lory di Pieve di Soligo, in viaggio da queste parti con il marito e siccome seguiva il mio diario, sapeva che quella mattina dovevo passare in quel tratto. Con lei faccio circa 8 chilometri sino a Molinaseca.

In questo tratto i cespugli di rose sono una meraviglia e immagino che solo la Madonna potrebbe aver diritto a posarsi sopra da quanto belli sono.

Un caffe con loro a Molinaseca e poi se ne vanno in macchina verso Santiago, io invece proseguo il mio cammino verso Ponferrada dove giungo verso le tre.

Il castello è talmente bello e perfetto che sembra di quelli di cartapesta, invece è stato costruito dai Templari diversi secoli fa, ed era il punto di riferimento per l’Ordine. Una meraviglia. Ne approfitto per visitare anche la chiesa della Madonna della Quercia, dove la leggenda racconta che i templari dovendo tagliare una pianta di quercia per costruire sul terreno la grande chiesa, nella pianta era inserita una statua della Vergine.

Anche oggi ripenso al discorso della sincronicità che nell’ideare il Trekking del Cristo pensante l’ho constatato in tantissime occasioni. Quella voce interiore “il Cristo pensante si porterà dietro tutto e tutti” che sentivo ogni qualvolta trovavo degli ostacoli, non faceva altro che anticipare l problema, ma allo stesso tempo mi dava modo di escogitare la strategia per superarlo e immancabilmente poi il progetto ripartiva sempre più forte di prima.La sincronicità si è rivelata nel far arrivare tutte le persone di cui avevo bisogno, da Mauro a Bruno, da Claudio a Don Bepi Grosselli, da Paolo Brosio al generale Valentino, da Nicola a Marco, da Paolo a Pier.
Ho capito che non era un caso l’aiuto di queste persone, ma il tutto aveva una causa, tutti erano stati messi sul mio cammino perché avevo bisogno di loro e di questo ne ho la certezza.

La sincronicità è stata quella di aver avuto l’umiltà di chiedere al cielo nei rossi tramonti sul Monte Castellazzo di aiutarmi perché da solo non potevo farcela. La sincronicità è stato il mio giocare d’anticipo creando le aspettative tramite gli articoli di giornale che presentavano al mondo il Trekking del Cristo pensante anche se ancora non esisteva. La sincronicità è stata preparare tutto il materiale sulla cima ancor prima che ci siano le autorizzazioni, la sincronicità è stato il coraggio e la voglia di realizzare un sogno.

Aver visto all’inizio in un flash il puzzle completo e la centinaia di migliaia di persone salire al Cristo pensante, questa è stata la sincronicità. In quel momento ho avuto la certezza che con me avevo qualcuno più forte di tutti e che mi stava dicendo, continua che ce la farai.Il caldo oggi i fa sentire di nuovo, siamo sui 34 gradi con un cielo limpido.

Io proseguo il mio cammino sino alle sei di sera e anche oggi ha camminato per dodici ore e ho visto il sole nascermi alle spalle e baciarmi in viso questa sera, dando senso a una giornata di grande cammino… (Pino Dellasega)

23 maggio – MORATINOS – RELIEGOS – MANSILLA DE LAS MULAS – KM. 47,6 (totale Km. 601,8)

24 maggio – MANSILLA DE LAS MULAS – LEON – SAN MARTINO DEL CAMINO KM. 46,5 (totale Km. 648,3)

LA VOGLIA DI CAMMINARE E LO SPLENDORE DI LEON

E’ rimasto solo un po di mal di gola mentre la febbre è sparita, mi alzo verso le 6 per la colazione e i preparativi dello zaino e alle sette sono già in cammino.

Le Mesetas sono infinite, il tratto che sto percorrendo si chiama “la Tierra del Campo”, chilometri diritti di sterrato dove i pellegrini che precedono sono dei puntini all’orizzonte, riferimenti che non lo sono perché sono in continuo avanzare, un flusso continuo verso la meta. Ne incontro di tutte le sorti, magri, grassi, strani, ma tutti mossi dal cammino.Penso agli antichi pellegrini e alle condizioni in cui dovevano affrontare il viaggio. Vestiti con poco, affamati, e quando trovavano un riparo, anche sotto una roccia per loro andava bene, tanto la stanchezza aveva sempre la meglio. Il giorno dopo riprendevano il cammino con la speranza di non avere cattivi incontri lungo la via. A momenti mi sembra di essere nel contesto del “Il nome della Rosa” con tanti conventi, monaci e viaggiatori a piedi e passando per Sahagun, che nel suo splendore era considerata il riferimento per tutti gli ordini monastici, l’impressione era proprio questa. Con tutti questi monasteri, dovevano esserci centinaia di migliaia di monaci con un potere indescrivibile.

Ora sono tutti spariti, per non parlare delle chiese che sono desolatamente chiuse, uno splendore del passato ormai quasi dimenticato e che mai più ritornerà. Nei tratti piani dove il cervello deve resistere, si senti di più il peso dello zaino e quindi i ricordi ritornano e mi riportano nel 1996, quando, di ritorno dai Campionati del Mondo Militari in Brasile, mi sono ritrovato sul treno per l’Aquila. Avevo vinto il concorso per la Scuola Sottufficiali e quindi per nove mesi dovevo rimanere li. Scendo dal treno e piove, mi metto a camminare con la grande borsa e impiego una buona ora per arrivare alla nuova caserma di Coppito. La guardia mi accompagna nelle camerate dove i colleghi russano già da un bel pezzo. Mentre mi preparo il letto mi viene una malinconia indescrivibile, mi ero ritrovato da solo in un colpo. Ero passato dai 44 gradi di Capocabana di Rio de Janerio ai 10 gradi dell’Aquila.Il giorno dopo ero in aula con altri 300 vice brigadieri che stavano per diventare marescialli.

Le giornate con passavano più nonostante i momenti di studio. Io mi ero portato gli ski roll con i quali mi allenavo la sera in piazza d’armi e non era poi cosi male a parte quelle volte che con la macchina mi rincorreva l’ufficiale di guardia per chiedermi i documenti e per vedere che cavolo stessi facendo. Regolarmente il giorno dopo ero a rapporto dal Generale che comandava la Scuola per dare le giustificazioni. Per me era tutto normale, per loro ero un pazzo che voleva sciare sull’asfalto, per fortuna dopo alcuni mesi si sono abituati a vedermi passare ed erano indifferenti. Io mi allenavo perché da dicembre ero convocato con la nazionale di Sci orientamento per le gare di Coppa del Mondo in Norvegia e Svezia.

Da giorni, notavo che durante l’appello delle presenze a prima mattina, quando chiamavano il mio nome c’era un gruppetto di napoletani che sghignazzava, ma non facevo caso più di tanto, il mio cognome si è sempre prestato a giochi di parole. Però li tenevo sott’occhio, immaginavo da parte loro qualche scherzetto.Una mattina, vado in bagno per la pipi e con la coda dell’occhio vedo che due del gruppo si alzano e mi seguono. Entro in bagno nella fila dei vasi al muro e faccio la pipi. I due mi si mettono uno da una parte e uno dall’altra e allungano lo sguardo verso il basso. “però il trentino… fa bene mangiare polenta” dice uno sogghignando. Siccome avevo intuito la mossa, ancor prima che l’altro sparasse aumentasse la dose gli dico “se vuoi puoi toccarlo”; come speravo gli avevo spiazzati, gli scugnizzi erano impietriti, avevo fatto gol, Trentino uno Napoli zero e in quel momento mi accorsi di aver ottenuto il loro rispetto. Infatti da quel giorno mi guardavano con timore. Ma siccome sapevo che uno dei due era ben raccomandato dal comandante, gli chiedo di farmi parlare con il capo del battaglione.Il motivo era ben altro da quello che potevano immaginare i due.

Davanti al generale presi coraggio e gli esposi la mia proposta di organizzare degli allenamenti serali e una gara a pattuglia di fine corso dove si sfidavano gli anziani vice brigadieri con gli allievi sottufficiali.Il motivo per il quale il Generale accetto fu perché gli dissi che tre quarti dei frequentatori del corso erano obesi e che la Guardia di Finanza non faceva una gran bella figura a mandarli in giro a far verifiche.Il Generale accetta e da ordine a tutte le compagnie di iniziare gli allenamenti per la pattuglia di fine corso.Io avevo l’incarico di scegliere i quattro compagni per la nostra squadra e non era facile perché fra i tanti il più sportivo leggeva solo la Gazzetta dello Sport. A forza di cercare scoprii che c’era un maratoneta forte di Messina, un certo Vincenzo che subito reclutai, ma con fatica perché essendo un purista della corsa guardava male chi camminava o correva con uno zaino con dentro 20 chili di peso compreso il fucile. Per gli altri tre feci fatica a trovarli ma alla fine riusci a convincerli.

Cosi per diversi mesi ci allenavamo insieme la sera, correndo con il peso sulla schiena. L’unico che correva senza era Vincenzo, tanto per lui che correva la maratona in due ore e 20, stare al nostro passo sarebbe stato uno scherzo.Arriva il giorno della gara di pattuglia, tutti i comandanti sono in piazza d’armi per il via ufficiale che veniva dato dal Generale. La fanfara a suonare l’inno di Mameli e poi pronti via.30 chilometri con lo zaino di 20 chili sulle spalle, si poteva sia correre che camminare. Dopo venti chilometri il nostro maratoneta, caricato dello zaino non riusciva non solo a correre ma nemmeno a camminare, era a terra, voleva ritirarsi.

Prendo io il suo zaino e con grande fatica sprono la squadra ad andare avanti, avevamo un bel vantaggio di circa dieci minuti sulla seconda formata da ragazzi di vent’anni. Vincemmo la prova con venti minuti sulla seconda, con tutta la nostra compagnia ad esultare in piazza d’armi, una bella lezione per i giovani che ci guardavano come dei vecchietti rincoglioniti.

Vincenzo, stravolto, mi chiama da parte e mi dice “scusami non pensavo che camminare fosse più faticoso di correre, stavolta ho imparato la lezione”.

Il mio cammino continua sulla pista di Santiago, la mattina tanta gente ma dalle due in poi sono sempre solo per decine di chilometri e questo è il momento più bello per camminare ma anche per pensare.A momenti sembra avere dei miraggi, l’asfalto nei lunghi rettilinii sembra entrare in laghi di acqua, ma è solo un effetto ottico come succede nel deserto.Si iniziano a vedere le montagne all’orizzonte, ormai la Mesetas stanno per finire, si ricomincia con il terreno più vario.

Come al solito dopo i 30 chilometri la pianta dei piedi incomincia a bruciare e ogni tanto sono costretto a fermarmi e rimanere con i piedi sollevati per ripristinare la circolazione. A volte ho la sensazione di avere la gamba destra sotto anestesia, quando la sfioro con un dito ho la medesima impressione, la sento e non la sento. Ma credo che sia normale, le gambe sono allenato, ma non a questi ritmi, cammino circa undici-dodici ore al giorno continuamente da quindici giorni. Infatti oggi ho iniziato la terza settimana di cammino.

Cammino, dormo e cammino, tutti i giorni cosi, senza sosta. Adesso ho capito cosa vuol dire camminare, cosa vuol dire essere pellegrino per davvero.Verso le 17,30 arrivo a Reliegos, dove avevo preventivato la fine del cammino per oggi a circa 42 km. ma non mi sento ancora appagato e poi di solito cammino sino alle 19 e quindi continuo per altri 6 chilometri, tutto da solo, sino a Mansilla de las lunas.

Il tempo per scrivere il diario e poi nel sacco a pelo per recuperare la giornata di cammino.

Un cielo azzurro accoglie la mia partenza verso Leon, che posso osservare dall’alto del Portillo, dove spicca la grande cattedrale. Il primo tratto ho camminato principalmente lungo la strada, con qualche variazione e saliscendi. In questo tratto la vegetazione è davvero bella, una signora spagnola si ferma davanti ad una pianta e mi dice che è la rosa Moscheta, una rarità gialla e in effetti è simile alla rosa canina, ma di un giallo intenso.

Dopo un’ora sono davanti alla cattedrale ed entro subito per visitarla, una grande meraviglia d’arte, con una serie di vetrate dai colori stupendi, seconda solo, dicono gli esperti a Notre Dame de Paris.

Attraversando la città mi fermo a far visita alla chiesa e museo di San Marco, altro gioiello della città.
Finalmente riprendo il sentiero che sale e scende tra fiori viola e ginestre, che spiccano per la terra marrone dove crescono.

Ovunque vedo la scritta “se vende” a dimostrazione che la crisi è un po dappertutto e non solo da noi.

Oggi il mio cammino è fluido e finalmente la mente è tornata a guardare lontano, mi ero accorto che nei giorni precedenti, forse a causa anche della febbre, aveva smesso di ragionare sui chilometri fatti, ma pensava sui chilometri che mancavano per Santiago.

In questo tratto cammino con Hermann un belga e Lourdes una donna americana e mi raccontano che si sono conosciuti quattro anni fa sul Cammino e da allora si ritrovano una volta all’anno per farne un pezzo assieme, quest’anno andranno sino a Ponferrada.

I ricordi mi portano indietro a quando ero ragazzino, sui dodici anni e mi viene in mente Martino, un mio amico di Predazzo che è anche istruttore di nordic walking, ma che da quando aveva compiuto 18 anni si trova in Val d’Aosta, dove era diventato Colonnello dell’esercito e lo scorso anno con il suo collega Remo era partito per fare il Cammino, poi per un imprevisto hanno dovuto rinunciare.

Lo chiamo al telefono e parliamo un po della sua esperienza sul cammino. I ricordi affiorano a quando da ragazzini il nostro hobby era correre e far fondo. Non si aspettava altro che finisse la scuola per lanciare la sfida sul giro dei Rododendri a Predazzo. Ogni giorno era una prova a cronometro per migliorare il tempo che se ben ricordo era sui sette minuti. Tante volte si andava di nascosto a provare, non solo il giro ma anche il mio nuovo Timex con il cronometro che Dario, il mio padrino di comunione mi aveva regalato. Con poco avevamo tanto, eravamo diventati tutti saltatori e fondisti, non per scelta ma perché la società sportiva a chi amava far fatica dava in prestito gratis per tutta la stagione gli sci. In quel tempo potevano permettersi di far discesa solo i ragazzi di famiglie che stavano bene economicamente.

Ma io non smetterò mai di aver preso quella strada che poi ha segnato sempre in positivo la mia vita, è stata la pista di lancio per arruolarmi nelle Fiamme Gialle.
D’inverno ci trovavamo i pomeriggi con i nostri allenatori, da Giuseppe Dal Ben, a Franco Vuerich a Enzo Perin, tanti chilometri, tante battute di pista quando nevicava, ma eravamo felici di far fatica.

Finito l’allenamento via veloci verso gli skilift di Loze, dove quasi tutti i Predazzani avevano imparato a sciare. Eravano la disperazione di Cirillo e Michelino perché, con i bastoncini di bambù riuscivamo a prendere i ganci e farci trainare sino in alto e poi giu con gli sci da fondo a far salti sulle cunette, che meraviglia e quante cadute, sempre però con un occhio verso basso perché Cirillo e Michelino pur di prenderci se le inventavano tutte, salivano sdraiati nel taboga e poi una volta alla nostra altezza saltavano giù e cercavano di prenderci, ma era impossibile perché noi con gli sci da fondo scappavano in salita. “ghel dighe mi a to pare” “glielo dico io a tuo padre” ci gridavano dietro, ma sapevamo che entrambi erano dei buoni ed era solo un modo per spaventarci, in fondo eravamo diventati un bel diversivo per passare l’ultima parte della giornata.

Sono partito di proposito da St.Jean Pie de Port il 13 maggio, anniversario delle apparizioni di Fatima, dove dal 19 al 26 di luglio andremo lungo il Cammino do Tejo, da Lisbona a Fatima, alla Cova da Iria, con Ways, Chiara e gli amici che si sono iscritti, una bella avventura, ma penso anche a dal 3 al 10 ottobre sempre con chi vuole aggregarsi sarò sul Cammino di Santiago per percorrere gli ultimi 120 chilometri da Sarria a Compostela, ci sono ancora dei posti a disposizione.

Oggi avrei voglia di cammirare tanto, anche se ormai ho già superato i 45 chilometri e quindi devo fermarmi, altrimenti trovo gli albergue dei pellegrini chiusi.

Per mia fortuna trovo il posto per passare la notte e per cenare, cosa si vuole di più dopo una giornata immensa come questo… (Pino Dellasega)

21 maggio – HONTANAS – CASTROJERIZ – FROMISTA – VILLARMENTERO DE CAMPOS KM. 44,5 (totali Km. 513,7)

22 maggio – VILLARMENTERO DE CAMPOS – LEDIGOS – MORATINOS KM. 40,5 (totali Km. 554,2)

L’INFINITA’ DEL CAMMINO, IL VENTO E IL FREDDO

Le stelle sul Cammino sono quelle in cielo, sono i volti dei pellegrini che guardano ancora lontano Santiago, l’ospitalità delle persone, sono i momenti di gioia quando raggiungi la meta e di smarrimento quando davanti a te trovi solo l’infinito indicato da una strada, sono fatica e sudore e sono speranza, di questa tanta.Lungo il percorso più i chilometri scorrono più sono le persone ferme ai bordi della strada che si curano le piaghe e le tendiniti. Il Cammino non perdona se non lo affronti con rispetto, devi guardare i chilometri ma allo stesso tempo ascoltare i tuoi muscoli, le tue spalle, il tuo cuore e quando anche un piccolo segnale si fa sentire, cercare di capire e correggere il tiro, rallentando o facendo meno chilometri. Alle volte basta subito un buon taping per evitare le vesciche, come una partenza lenta per evitare le tendiniti.

Ma sul Cammino si vede di tutto, persone che passano velocissime e a mezzogiorno sono ferme e altre che sembrano lumache ma che a sera te le ritrovi quaranta chilometri più a ovest.Ognuno deve dosare le proprie forze, i cammelli riescono a fare non più di 30 km. senza sforzarsi troppo, i legionari romani ne percorrevano 25 di chilometri ogni giorno, con un riposo di 15 minuti ogni ora, e la sera dovevano montare l’accampamento. Il pellegrino solitario non deve rispettare ordini, ma cerca i chilometri da fare dentro di se, il pellegrino che viaggia in compagnia deve rispettare anche il ritmo e le richieste degli altri e quindi è sempre condizionato. Sul Cammino ho adottato una tecnica tutta mia con le scarpe, un giorno cammino senza la soletta e il giorno dopo sino adesso a funzionato egregiamente, dopo 500 chilometri ho solo avuto una piccolissima vescica sotto il pollice, che ho coperto con un po di cerotto da taping e già il giorno dopo era tornato tutto a regime.

Oggi le Mesetas mi hanno riempito il cuore, io Castelluccio di Norcia, e poi quei puntini neri, i pellegrini, in continua progressione. I chilometri sembrano più lunghi senza dei riferimenti, che sino a qualche giorno fa erano dati dai paesi.La leggera pioggerellina della mattina, poca davvero, ha lasciato il posto al sole, ma il vento gelido che mi soffia alle spalle mi impedisce di riscaldarmi. Un vento che continua per tutto il giorno, per fortuna che la giacchetta leggera antivento ha il cappuccio che mi protegge il collo e mi tiene comunque caldo anche il resto del corpo.I miei passi mi portano ad attraversare paesi ricchi di storia come Castrojeriz e Fromista, che prende il nome dall’impero romano proprio dal frumento, in quanto ne era il granaio.

Dopo Castrojeritz raggiungo l’eremo di San Nicholas, gestito dalla Comunita di San Giacomo di Perugia, dove avrei dovuto trovare gli amici piemontesi Bruno, Ivana e Piero che avevo conosciuto alla partenza a Lourdes e che in questi giorni prestavano servizio proprio li. Purtroppo passo troppo presto, l’eremo apre alle 14,00 e quindi lascio i miei saluti a una pellegrina italiana che li consegni a loro. Peccato gli avrei salutati volentieri.Il pomeriggio, come ormai da diversi giorni lo percorro in solitaria o quasi, i pellegrini sono fermi negli hostelli per il riposo giornaliero.

Forse l’unico sono io che continuo sempre sino a sera. Arrivo a Fromista verso le 5 del pomeriggio e decido di portarmi ancora avanti e cosi cammino fino alle 19 per fermarmi a Villarmenteros de Campos nell’unico Albergue del paese. Entro nel bar e già una decina di pellegrini stanno cenando, è una cena comune, il gestore mi fa accomodare e mangiare una zuppa calda di lenticchie che apprezzo molto. Doccia e poi nel sacco a pelo a riguardare il percorso di oggi e quello che mi aspetterà domani.

Nel prato un gruppo di giovani pellegrini inglesi, intonano Imagine di John Lennon accompagnati dalla chitarra di uno di loro e cosi finisce nel migliore del modo un’altra giornata straordinaria sul Cammino.

Un’altra giornata di cammino è iniziata e subito incontro due signori che dall’abbigliamento sembrano scandinavi ed è propri cosi, sono della Dalarna, la regione svedese che ha ospitato i mondiali di sci di fondo lo scorso inverno, ma nota anche perché si svolge la famosa Vasaloppet. Per una decina di chilometri ci scambiamo un po di notizie, conoscono bene la Val di Fiemme perché ci sono stati in occasione di due Mondiali. Si fermano nel primo paese per la pausa mentre io proseguo.

Ora viaggio da solo di nuovo, e dopo questo incontro non posso non pensare al marzo del 1980 e al mio primo campionato Mondiale di ski-orienteering ad Avesta nella Dalarna. Ero partito da Monaco di Baviera con Stefano e Luis, miei compagni, con il pulmann della squadra nazionale austriaca. Un mese al nord per scoprire i segreti dell’orienteering, allora quasi sconosciuto in Italia. Tanto freddo, tanti chilometri e anche tante volte perso in quei boschi, ma soprattutto tante saune, dopo gli allenamenti e poi, ancora caldi, l’immersione del lago dove era stato aperto un buco e si poteva scendere con una scaletta. Per pochi secondi il corpo non reagiva, ancora caldo ma poi i meno 20 gradi si sentivano eccome e allora dentro di nuovo in sauna. Che esperienze. E poi le gare, lunghissimi e difficili percorsi, dove i mostri scandinavi volavano sulla neve con una sicurezza di navigazione incredibile.

Gli austriaci nel pulmann avevano caricato 10 bidoncini di goulasch suppe che doveva servire per tutto il mese. I primi giorni era buonissima ma con il passare del tempo ci usciva dagli occhi, però eravamo talmente affamati che comunque era sempre un regalo. E poi, finiti i mondiali via a Salen per la partenza della mitica Vasaloppet la 85 Km. di gran fondo che finisce a Mora. Dopo tre ore di pulmann alla fine della staffetta dei Mondiali, siamo arrivati per dormire in una palestra dove vi erano dentro centinaia di concorrenti di ogni paese. Quella sera abbiamo dormito per terra e per la prima volta ho collaudato i tappi per le orecchie. Ero talmente stanco che le 5 di mattina sono arrivate in un attimo e cosi pronti via per prendersi il posto nelle prime fila alla partenza. Meno 22 gradi vestiti di niente per attendere tre ore la partenza.
Unica soluzione era riscaldarsi a ritmo di musica, ricordo ancora che i Boney M cantavano Rivers of Babylon.

A casa conservo ancora un filmato in super 8, dove l’ultima ripresa era sulla nave che ci riportava in Danimarca e dove con grande nostalgia dicevo “si ritorna a casa, lasciandoci alle spalle una meravigliosa avventura, utile a noi e all’orientamento italiano”. Quell’anno eravano davvero delle matricole, ma quei pochi giorni erano bastati per affinare gli allenamenti tornati in Italia, incominciare a disegnare cartine a colori e a formare una grande squadra, prima con le Fiamme Gialle e poi con la Nazionale. Venti anni dopo Nicolò Corradini vinceva il Campionato del Mondo di Sci Orientamento e io quel giorno piansi, perché una goccia di quel successo la sentivo mia, per venti anni dedicati all’orientamento per costruire qualche cosa che quel giorno era diventata di diamante.

Ricordi sul Cammino che fanno venire i brividi, ma che comunque fanno parte della storia dello sport. Stanotte sono entrato nel sacco a pelo vestito e con la calzamaglia, avevo tanto freddo. La mattina mi alzo e sento che non sto bene, approfitto del termometro che ha una signora tedesca e misuro la febbre: 38,2 e un mal di gola tremendo. Il vento ieri ha lavorato bene e probabilmente ha trovato un fisico provato.

Mi vesto, prendo un’aspirina e riparto. Sto bene attento a coprirmi il collo, ma l’antivento devo dire che è leggera ma fa il suo dovere. Sulla porta trovo una signora che sta piangendo, deve lasciare il cammino anche lei per una distorsione, mentre una ragazza italiana oggi dovrà andare in ospedale perché una vescica gli si è infetta. Sono sette giorni che non controllo la mia vescica sotto il pollice, speriamo che non faccia stupidaggini.

Il freddo di questa notte mi riporta indietro alla fine degli anni ottanta, sono sul treno che mi porta in Bulgaria per i Mondiali di sci orientamento. Più di tre ore in frontiera, prima nella jugoslavia e poi in Bulgaria. Nel vagone fa veramente freddo, se non si sfiora lo zero manca poco, una notte cosi sarà da incubo. Con Gianfranco decidiamo di farci un giro nelle carrozze per far passare il tempo e cosi finiamo in prima classe. Sedili in velluto e un caldo esagerato. Gianfranco che dici ci fermiamo qui un po almeno per scaldarci? Cosi ci mettiamo distesi, ma con la stanchezza e il tepore ci siamo addormentati. D’un tratto un colpo terribile sulla spalla mi sveglia, era un militare bulgaro che con il calcio del galasnikos mi aveva colpito per svegliarmi. Nella loro lingua ci chiede il passaporto e i biglietti, ma non gli avevamo lasciati nel nostro vagone insieme ai nostri bagagli e compagni. Il militare non sente ragione, ci fa segno di seguirlo e ci fa aspettare davanti alla porta d’uscita.

Quando il treno si ferma in una sperduta cittadina bulgara, apre la porta e con uno spintone ci butta giù dal treno. Sono le due di notte. Non ci rendiamo conto di quel che succede, ma l’intuizione impiega un attimo a capire. Siamo senza documenti in territorio comunista e quasi svestiti. Il treno riparte, senza il tempo di pensare tanto, guardo Gianfranco e gli dico, appena passa la prossima porta di entrata saltiamo su. Un attimo, saltiamo sul treno, apriamo la porta e incredibilmente siamo dentro. Fortunatamente eravamo dalla parte giusta, verso le nostre carrozze. Corriamo da un vagone all’altro e giunti nel nostro ci mettiamo le giacche a vento e ci nascondiamo tra i borsoni, in silenzio.

Gianfranco vede che mi sono messo il berretto e così lo cerca anche lui, non lo trova e mi dice, io vado a cercarlo in prima classe. Sei matto gli dico e lo trattengo per un braccio. La mattina vediamo che il militare che ci aveva buttato giu dal treno alla fermata ha ricevuto il cambio. Passata anche questa.

Oggi non ci sono camminatori sul sentiero, che abbiano fatto lo sciopero del cammino penso, ma poi sono certo che agli amanti della fatica non passa proprio per la testa. Dopo circa 11 chilometri arrivo nell’ultimo paesino utile per prendere del cibo. Il tratto che mi aspetta è lungo 17 chilometri e non c’è nulla. In effetti è terribile, tutto piano, un vento impossibile, non si vede la fine. Sto camminando da cinque ore e dall’ultimo paese da tre, quindi dovrei incontrare il prossimo, ma a vista d’occhio solo distensioni di prati coltivati. C’è qualche cosa che non va penso, di solito ormai sono diventato come un orologio svizzero nel contare i chilometri, difficilmente mi sbaglio. Infatti la strada incomincia a scendere e il piccolo paese si trova nella conca che da lontano non si poteva immaginare. Mi fermo nell’angolo di un muro di una stalla al riparo dal vento per mangiare il panino.

Mi rimetto in moto e subito incrocio tre ragazze romane con le quali faccio i cinque chilometri fino al prossimo paesino, dove loro si fermeranno. Loro per quest’anno faranno il tratto da Burgos a Leon e poi ritorneranno per continuare non appena gli impegni di lavoro glielo consentiranno. Una è un’infermiera che si diletta nella corsa in montagna, l’altra è farmacista e la terza, che ha il compito della logistica, è sociologa.
Le saluto e io proseguo il mio cammino ancora per quattro chilometri, fino a Moratinos. Da questa mattina ho percorso altri 40,5 chilometri. Entro nell’Albergue e chiedo da dormire, hanno solo un posto, in una sala con i materassini per terra, a me assegnano il posto alto di un letto a castello, avrei preferito dormire per terra.Se oggi fossi stato a casa me ne sarei stato tutto il giorno sul divano con la borsa dell’acqua calda e sotto una coperta, ma sono sul Cammino e quindi cammino.
La strada verso Santiago insegna che nonostante le difficoltà che si incontrano bisogna sempre andare avanti, se vogliamo riusciamo a spostare il limite un po’ più in la.
Un’altra aspirina e via a dormire nel sacco a pelo… (Pino Dellasega)

19 maggio – REDICILLA DEL CAMINO – BELORADO – SAN JUAN DE ORTEGA – ATAPUELCA KM. 40,5

20 maggio – ATAPUELCA – BURGOS – HORNILLO DEL CAMINO – HONTANAS KM. 53

EL CID CAMPEADOR E LO SPETTACOLO DELLE MESETAS

Timbro le due credencial e regolarmente il gestore dell’hostello mi dice “mucho chilometri” , cosi riparto per una nuova giornata sul Cammino. Devo dire che gli spagnoli sono veramente squisiti e ospitali, a differenza dei francesi che sembra facciano di tutto per non esserlo.

Oggi piove. Camminare con la pioggia è un tuffo nel profondo, mi isolo dal mondo e i pensieri vanno subito al significato del cammino e dopo dieci giorni che attraverso regioni intere seguendo con i miei passi la gialla conchiglia verso Santiago ho capito cosa vuol dire essere pellegrini, viaggiare verso una meta, verso un destino e giorno dopo giorno sentire l’appagamento per il corpo e lo spirito di questo camminare senza tregua. Se fossi a casa non ne sarei capace, ma qua tutto diventa naturale, undici ore al giorno senza fermarsi, attirati da un centro magnetico il cui polo è dentro la basilica di Compostela, nei resti dell’Apostolo Giacomo.

I passi scavano dentro e la pioggia fa il resto, mi passano per la mente situazioni e persone che in passato ho aiutato per ripartire in varie situazioni ma che alla prima opportunità non hanno esitato a cambiare direzione di cammino cercando anche di farti affondare. Persone che cercano di brillare con la luce degli altri, che tristezza.

A tal riguardo mi ritorna in mente la storia della rana e dello scorpione, un grande insegnamento:

un bel giorno uno scorpione arriva davanti a un lago e volendolo attraversare ma non sapendo nuotare, chiede ad una rana se gli da un passaggio sulla schiena. La rana ben sapendo il pericolo de morso dello scorpione gli dice di no. Lo scorpione insiste e promette alla rana di non pizzicarla giustificando il fatto che se lei muore anche lui annega e quindi non avrebbe senso. La rana ci pensa un po e poi capisce che il rischio è accettabile. Lo scorpione sale in groppa e la rana si avvia nuotando verso la parte opposta del lago. Giunta a metà sente un forte dolore, si gira verso lo scorpione e dice “perché lo hai fatto, lo avevi promesso” e lo scorpione “lo so, ma è la mia natura” e in un attimo i due spariscono annegati nelle acque.

Una storia che fa pensare davvero, ma che purtroppo si ripete nei secoli, l’invidia è una brutta storia. Però tra un po’ ve ne racconto un’altra…

Continuo a camminare e d’un tratto, seduti su di una panchina vedo i tre camminatori di Salerno, che ormai da giorni continuo ad incrociare o trovo nei rifugi, tengono anche loro circa il mio ritmo. Franco detto Dinamite, Giuseppe e Giovanni, sono proprio tre bei tipi di compagnia. Hanno un ritmo differente dal mio, camminano più veloci, ma si fermano più spesso di me. Hanno 22 giorni di tempo per arrivare a Santiago di Compostela in quanto Giuseppe, carabiniere elicotterista dovrà rientrare in servizio e quindi tengono medie alte di percorrenza.Il giorno prima avevo fatto sentire loro il peso del mio zaino e Dinamite mi dice “tu sii pazzo” e ci siamo fatti sopra una bella risata.Quando mi vedono arrivare sorridono e mi dicono che si giocheranno al lotto i numeri 17 – 40 e 11 che corrispondo al peso del mio zaino, ai chilometri che percorro ogni giorno e alle ore che cammino. Facciamo un pezzo di strada insieme sino ad un negozio di alimentari dove ci riforniamo per il pranzo.

Da Villafranca in poi inizia la salita, molto faticosa e cosi li lascio andare. E’ un tratto dove fatico veramente tanto e ad un certo punto ho un crollo mentale, davanti a me lunghi rettilinei che non finiscono mai, una foresta stupenda ma in quel momento ostile, e dai racconti adesso capisco che quello era un punto dove i pellegrini anticamente venivano uccisi e depredati dai briganti, ma nonostante questo continuo a camminare per altri 12 Km. sino a San Juan de Ortega, dove probabilmente gli amici di Salerno si sono fermati per la notte e dove io mi prendo un caffè per tirarmi un po su. Entro nel bar e vedo che una signora chiede al barista una penna per scrivere, questi non solo gli dice di no, ma anche la nasconde, un’altra ragazza si alza e chiede al barista se può abbassare il volume della televisione che in effetti era molto alto e dava fastidio e questi per tutta risposta gli dice che lui è sordo e che il volume va bene cosi. Per fortuna che non tutti i ristoratori sono cosi, anzi. Il caffè mi da subito un buon tono muscolare e cosi mi rimetto in moto per fare almeno ancora un pò di chilometri.

La mente torna ad andare dove vuole e quindi riparte dall’aneddoto dello scorpione e della rana, facendomi venire in mente un altro racconto che riporta a come le persone non vogliono che altri stiano meglio di loro e sono invidiose:

Un contadino mentre sta arando un campo, sente che l’aratro urta qualche cosa di grosso, va a vedere e trova un vecchio forziere arrugginito con un grosso lucchetto. Preso dall’emozione, pensando di aver trovato un tesoro, lo apre e subito esce un gigantesco genio che gli dice: ero imprigionato li dentro da migliaia di anni e finalmente mi hai liberato. Meriti un grande premio, hai tempo una settimana per esprimere un desiderio che io esaudirò immediatamente, ma tieni presente che il medesimo desiderio lo realizzerò il doppio al tuo vicino di casa.Il contadino va dalla moglie e incomincia a sognare, gli dice, mi faccio fare un grande albergo a cinque stelle con piscina e una grande tenuta, poi rimane in silenzio e dice: no perché poi il mio vicino di casa ne avrà due. Allora pensa di farsi dare gioielli e oro da riempire il suo trattore, ma poi pensa che il suo vicino poi avrà due trattori pieni e quindi niente. Trascorsa una settimana torna il genio e tutto felice dice: ebbene buon uomo hai deciso che cosa posso esaudire? Il contadino imbarazzato lo guarda e gli dice: cavami un occhio.Vi lascio immaginare il motivo…

Continuo il cammino e ormai sono alle porte di Atapuelca, una località dove hanno trovato il sito preistorico più vecchio d’Europa, dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Gli ultimi cento metri prima di arrivare all’hostello mi metto a cantare a voce alta l’inno d’Italia, tanto, stonato o no nessuno mi sente.Stamattina alle 7 sono già in cammino perché prevedo una giornata lunga visto che voglio visitare la cattedrale di Burgos, la vecchia capitale della Spagna.

La salita che porta allo scollinamento è una meraviglia di natura, fiori bianchi che sembrano seminati in una foresta di piccoli pini.Una croce preannuncia il punto più alto e infatti come mi avvicino mi si presenta uno spettacolo entusiasmante, davanti a me la pianura di Burgos con in fondo la grande cattedrale che spicca sul resto delle abitazioni.Faccio un tratto di cammino con Valentina di Varese che avevo conosciuto insieme al marito sul volo per Lourdes. Era partita da St.Jean Pie de Port quattro giorni prima di me con suo marito che l’aveva accompagnata solo nella prima tappa e poi è ritornato in Italia, mentre lei continuerà fino a Santiago. Con lei c’è Oho, un coreano con quattro ragazze della stessa nazionalità che lo seguono come pulcini. Si sono fatte con dei rami di qualche albero dei bastoncini e devo dire che li stanno usando anche bene. Sia Valentina che i coreani finiscono la tappa di oggi a Burgos.

L’avvicinamento al centro è lungo, una volta raggiunta la periferia della città impiego un’ ora e mezza per arrivare davanti alla cattedrale, dove rimango senza parole per la sua bellezza. Del suo interno avevo già letto tutto sulla guida e cosi, dopo aver acquistato il biglietto entro e grazie ad un registratore mi faccio guidare al suo interno.

Tutto è una meraviglia, ogni angolo parla di arte e storia, i miei occhi rimangono folgorati da tanta bellezza. In mezzo alla cattedrale, sollo la cupola che è decorata con una stella a otto punte, si trova la tomba del grande condottiero El Cid Campeador, che sembra quasi sia una porta d’accesso al cielo.

Dopo aver consumato nella piazza il panino del giorno prima e una banana, mi avvio per concludere la tappa odierna. Mi sento chiamare da Dinamite, il gruppo di Salerno è arrivato adesso nella piazza, vedo subito che non hanno l’umore alle stelle come ieri e infatti mi confermano che iniziano ad avere problemi di unghie nere e tendiniti. Gli consiglio di diminuire i chilometri almeno per qualche giorno e poi li saluto. Credo che non li rivedrò più. Le chiese con i suoi tetti sono diventati tanti nidi per cicogne, in abbondanza da queste parti, non certo per portare bambini però perché non ne vedo. Nei piccoli paesi ci sono solo anziani.

Oggi intendo arrivare a Hornillo del Cammino, 20 km. dopo Burgos, ma il destino mi porterà un pò più lontano. Infatti giunto a Hornillo, entro nel primo hostello ed è completo, il secondo hostello completo e il terzo hostello completo anche quello, provo in chiesa ma anche questa è chiusa. Ho già fatto circa 42 km. e comunque devo proseguire se voglio dormire stanotte. Faccio altri sei chilometri sino a San Bol, ma il piccolo rifugio è super pieno e non mi resta altro che continuare. Fisicamente sto bene, devo solo regolare la testa, ma per quella sono abituato e quindi continuo per altri 5 Km. fino a Hontanas.

Comincio a conoscere le Mesetas che iniziano da qui e proseguiranno per centinaia di chilometri, un deserto verde in questa stagione. Questa meravigliosa terra coltivata e infinita che sta davanti a me mi regala tanta fatica ma anche stupendi colori.Una pernice mi cammina davanti da alcuni chilometri e devo dire che mi va proprio bene come compagnia in questo tratto, dove le pale eoliche rompono l’orizzonte con il sole ormai basso che si sta apprestando ad uscire di scena. Sono stanco ma cammino ancora bene, sono contento per questa giornata che sta diventando infinita.Un cartello mi segnala Hontanas a 500 metri ma non vedo case, mi preoccupo, ma dopo un po’ vedo il piccolo paesino in una conca, sembra un miraggio. Adesso ho capito che i paesini sono sempre nelle buche al riparo dal vento.

Sembra un presepe, tutto è cosi bello, spero che abbiano almeno un posto per dormire per me. Entro nell’hostello e la gentile signora con un cenno di testa mi fa capire che posso restare.

Oggi ho camminato per 53 chilometri dalle sette di mattina alle nove di sera, una meraviglia… (Pino Dellasega)

ANCHE PER I POVERI IL CAMMINO E’ D’ORO…

17 maggio – TORRES DEL RIO – LOGRONO – VENTOSA KM. 41

18 maggio – VENTOSA – NAJERA – SANTO DOMINGO DE LA CALZADA – REDECILLA DEL CAMINO – KM. 41,7

Che il Cammino è d’oro anche per chi non ha nulla dalla vita lo vedrete nel racconto.Giornata stupenda quella che apre oggi il mio cammino e i miei occhi incrociano subito, a Torre del Rio, dopo pochi metri una delle meraviglie del Cammino, una chiesa ottagonale costruita dai Templari.Il tratto sino a Logrono di circa 21 Km. è un susseguirsi di sali e scendi, per questo citato nelle guide come il “rompigambe”, invece per me è un bel camminare, vario con belle salite e discese, ma solo sino a Viana. Qui finisce la Navarra e inizia la Rioja dove da lontano si intravede Logrono il capoluogo.

Terra di vini pregiati, ben curata sia nelle campagne che per quanto riguarda i sentieri. Il tratto che attraversa la città è lunghissimo, tanto traffico e caos, visto anche il giorno festivo. La pace del Cammino è solo un ricordo, ma per fortuna di buon passo esco e incomincio la salita verso Najera. Cammino un tratto con Gabriella di Varese, che mi racconta che sta frequentando un corso per coaching e che sta troppo bene qui sul Cammino, ieri ha pianto perché oggi è il suo ultimo giorno e stasera dovrà rientrare in Italia per motivi di lavoro.

E’ vero, il Cammino mi prende, mi conquista, mi rivolta l’anima e mi riporta nella dimensione in cui tutti dovremo stare, nella semplicità. La fatica è appagamento, camminando la voglia di camminare aumenta, non sono mai sazio di chilometri, che mi gusto per ogni centimetro, entrando nelle cattedrali, nelle antiche vie e nelle campagne coltivate a grano e viti.Quando mi ricordo di guardare l’orologio mi accorgo che il tempo è fuggito, il sole è già alto e un altro giorno è quasi scappato. Oggi ho visto resti della civiltà romana che dominava il Mondo, ricoperti di erbacce, pietre che potrebbero raccontare di eroi e di battaglie non più considerate da nessuno, scatto alcune fotografie a delle vasche di marmo bianco con scritte latine antichissime che in qualche nostro museo sarebbero dei pezzi da novanta, e qui sono abbandonate al deterioramento del tempo.

Ho camminato a tratti su antiche strade romane che mi hanno fatto pensare a quanto poteva essere quel periodo, adesso sarebbe impossibile fare quello che hanno fatto in quei secoli, l’impero romano era davvero un grande impero.

Lo sconforto dopo l’attraversamento di Logrono mi passa come inizia la salita, sono di nuovo nel mio mondo, quando davanti a me vedo da lontano un pellegrino con lo zaino, un grande sacco a pelo e con in mano una borsa piena di vestiti. Ha un bel passo, ogni 100 metri si ferma appoggia la borsa a terra e la prende con l’altra mano. Lo fotografo di schiena e poi lo raggiungo nel momento in cui si ferma e si siede su di un cippo con la capasanta di Santiago. Gli chiedo da dove viene, come si una sul Cammino e mi dice chiamarsi Youssed e di essere del Marocco. Parla un po di italiano, ha lavorato per un po di tempo a Roma e finalmente è riuscito a metter da parte dei soldi per venire sino in Spagna per percorrere il Cammino verso Compostela. Gli chiedo perché sul sentiero dell’apostolo Giacomo, lui che è mussulmano. Il Cammino di Santiago non conosce religioni, va sopra tutte le Fedi, è un cammino personale interiore che ha in mente di fare fin da bambino. Gli chiedo se arriverà a Santiago e lui sorridendo mi dice che per il momento non ha più soldi per continuare e che si fermerà per alcuni giorni nell’ormai vicino paesino di Navarrette, nel lavoro di campagna e quando avrà recuperato un po di soldi ripartirà per Santiago. Mi fa vedere lo zaino e la borsa, è tutta la sua casa, la sua vita, i suoi sogni, ma il sogno più grande mi dice essere quello di abbracciare San Giacomo e ci riuscirà in tutti i modi. Non ho parole, mi sento spiazzato, gli lascio venti euro e lo saluto dandogli la mano e in quel momento mi accorgo che il cippo sul quale è seduto ha la conchiglia color oro, l’unica che ho visto sin d’ora sul Cammino. Oro come il cuore del mussulmano che stava seduto sopra, oro come il sole del mattino che lo accompagnerà a Compostela e oro come il valore della vita di chi non possiede niente, ma dentro ha tutto.

La chiesa di Navarrete è un gioiello di arte inestimabile, non smetto i fotografare, mi sembra impossibile che l’uomo possa aver fatto tale splendore.Sono ormai le cinque del pomeriggio e come sempre camminerò fino alle sette e quindi mi rimangono ancora due ore per raggiungere l’ultimo paesino di Ventosa arroccato sulla collina.

Alle sette in punto dopo 41 Km. entro nell’ostello e chiedo se hanno da dormire, tutto esaurito mi dice la signora, se voglio posso solo dormire per terra nella sala del bar. Con la stanchezza che ho addosso non chiedo di meglio, anche perché un giaciglio povero come quello, lo preferisco sempre al posto alto di un letto a castello.Una bella doccia mi riporta quasi alla normalità la stanchezza e posso quindi avere ancora la forza di mettermi al computer per scrivere le immagine di un’altra bella giornata. Mi riguardo per l’ennesima volta la guida del Cammino e il percorso che affronterò domani, chiudo gli occhi e incomincio a sognare.

Stamattina la signora dell’ostello ha deciso che bisogna liberare presto il posto e alle sei la sveglia ci è data da un coro di canti gregoriano a volume alto.
Non è possibile fare colazione e quindi via subito in marcia. Tutti si alzano e per le sette sono già in cammino.Il primo sole esalta la chiesa di Ventosa e dopo una mezz’ora scollino verso la nuova vallata di Najera, uno spettacolo come viene coltivata qui la terra, famosa per il vino, uno dei più pregiati della Spagna.

Il Cammino oggi regala scorci stupendi e il pensiero va subito a ieri, nel bel mezzo della città di Logrono, non mi sono mai sentito cosi solo tra migliaia di persone, una sensazione devastante, non vedevo l’ora di ritornare nella solitudine del Cammino.

Dopo due ore arrivo a Najerà dove posso finalmente rifocillarmi con la colazione. Nel bar incontro Giuseppe e Rodolfo della Valle di Non che anche loro si sono conosciuti lungo il Cammino e da allora lo hanno fatto insieme. Rodolfo a dire il vero era con Claudia, ma visto che nei giorni scorsi temeva di avere una tendinite, Claudia è andata avanti. Giuseppe invece, programmatore, ieri ha dovuto rallentare per un gonfiore ad un piede dovuto a postumi di una frattura. Oggi però è in forma e camminiamo insieme per circa 15 Km., per poi separarci e continuare da soli il Cammino. In un supermercato ho comperato un pezzo di pane e salame che mangerò verso le due del pomeriggio.

In questo tratto la natura si è veramente sfogata, i due colori che esaltano sono il verde dei prati e l’azzurro del cielo, una combinazione che fa volare la mente e il cuore. Ripenso a quando da ragazzino le stagioni estive lavoravo, come tanti ragazzi del paese, presso un’azienda di decorazioni, il mio compito era dipingere rose dalla mattina alla sera, su piattini e vassoi, che poi andavano a finire ai negozianti in Alto Adige. Dario il proprietario era un uomo inprevedibile, generoso quanto lunatico, ma una brava persona. Mi aveva preso bene e quando gli ho chiesto se poteva darmi almeno un paio d’ore per allenarmi durante il giorno sia in estate che in inverno, non solo aveva accolto la mia richiesta, ma d’inverno mi pagava pure le ore che mi allenavo ad una condizione, che ogni tanto gli insegnassi lo sci da fondo. Una raccomandazione che faceva a tutti era di non mettere mai insieme i colori verde e azzurro, secondo lui non era una combinazione buona, invece oggi guardando gli stessi colori nella campagna spagnola ho capito che Dario stava sbagliando, La natura a cui nessuno deve insegnare nulla, li stava usando e lo spettacolo era unico. Ancora adesso ripenso a quei momenti di lavoro e a Dario che non finirò mai di ringraziare e al quale la vita non gli ha regalato molto anche se avrebbe meritato tanto.Tanti hanno sfidato la natura dipendo e mi viene in mente che a Roma nel Pantheon, sulla tomba d Raffaello Sanzio c’è questa scritta che mi aveva fatto tanto pensare “”Qui è quel Raffaello da cui, fin che visse, Madre Natura temette di essere superata, e quando morì temette di morire con lui”.

Tra questi colori e paesaggi che non smetto mai di fotografare arrivo sino a Santo Domingo del Cammino, dopo circa 31 Km e decide di proseguire verso un altro paesino dove arrivo verso le sei del pomeriggio, ma l’hostello è pieno e quindi avanti ancora per un’altra ora.

Ho i polpacci che sono tesi come una corda di violino, penso che basterebbe un spina per farli scoppiare, mi sembra impossibile riuscire ogni giorno a mantenere i 40 Km con quel peso sulla schiena, e ogni sera quando arrivo, mi chiedo come farò l’indomani a ripartire, ma il cuore durante la notte fa il suo dovere, regolando e azzerando i chilometri per la mente e il corpo.

Arrivo alle sette a Redicilla del Camino dopo 41,7 Km. e anche qui è tutto pieno, ma fortunatamente il proprietario mi fa dormire nella sua stanza. Anche questa sera dormirò… (Pino Dellasega)

PAMPLONA – PUENTE LA REINA – LORCA KM. 36
LORCA – ESTELLA – TORRE DEL RIO KM. 41

DOVE IL CAMMINO DEL VENTO INCROCIA QUELLO DELLE STELLE

Ieri alle sei di mattina già tanti sono con lo zaino in spalla ma per me è ancora troppo presto, sono tre notti che non riesco a dormire, prendo sonno solo verso la mattina e quindi dormo troppo poco per i chilometri che sto facendo. Parto per ultimo e arrivo per ultimo, come una lumaca non ho fretta ma continuo sempre sino a sera e alla fine mi sento comunque sempre vittorioso; i rallentamenti per le fotografie mi riempiono il cuore e sono linfa insostituibile.Il popolo di Santiago avanza a blocchi, seguendo la guida Michelin e cosi facendo si ritrovano le medesime persone in tutte le tappe. Nel mio cammino invece non ho posto punti fissi, ma solo davanti l’infinito e solo quando il fisico non regge più il cammino mi fermo. Mi basta una tavola per sdraiarmi al coperto e sono felice di questo.Il sole dei giorni scorsi ha lasciato il posto alla pioggia e al vento, ma non c’era da meravigliarsi, siamo in Spagna.


Nelle mie esperienze precedenti sul Cammino ho sempre avuto pioggia e quindi ben venga anche questa, sono ben attrezzato. Parto con l’impermeabile e in qualche modo cerco di salvaguardare la macchina fotografica, già troppe volte l’ho rovinata a causa della pioggia e questa volta ho con me un panno termico che sembra fare il proprio dovere. Prima di lasciarmi alle spalle Pamplona salgo sino alla Piazza del Todos dove il giorno di San Firmino i tori vengono liberati per le strade con le persone che corrono con loro. Peccato che Pamplona sia ricordata per questo, in verità è una città fondata da Pompeo Magno nel 75 A.C. ed è stata la capitale della Navarra per tanto tempo.Per attraversare Pamplona, passando lungo le vecchie mura della città impiego un po di tempo, ma poi il cammino inizia subito a salire verso l’Alto del Perdon, che inizio ad intravvedere da lontano. Le distese di grano mosso dal vento sembrano un oceano verde, interrotto solo dai camminatori, incappucciati e con gli zaini colorati.

Ogni tanto riesco a intravedere qualche scorcio di paesaggio del film di Estevez “The Way – Il Cammino verso Santiago” dove Martin Sheen interpreta il padre che dopo aver appreso la notizia della morte del figlio lungo il Cammino, decide di fare il cammino a piedi per lui.La vista delle gigantesche pale eoliche anticipa di poco l’arrivo nel punto magico del Cammino, l’Alto del Perdon, dove si trovano, ritagliate in ferro corten, le sagome di cavalieri e camminatori che segnano il punto più alto della tappa e dove è impressa la scritta che fa venire i brividi “Donde se cruza el camino del viento con el de las estrellas – Dove si incrocia il cammino del vento con quello delle stelle”. Nonostante piova e tiri un vento fortissimo, ho voglia di restare in questo posto da dove, girandoti puoi vedere quello che hai lasciato alle spalle e guardando avanti vedi l’infinito che ti aspetta.La ripida discesa mi porta verso la pianura in direzione di Puente la Reina dove dopo 21 Km. arrivo verso le 14,00 e vi rimango per una buona mezz’ora per fotografare il borgo, la chiesa e il ponte romanico.

Oggi fatico tanto perché non ho recuperato da ieri e quindi il mio ritmo è lento, non credo che oggi farò molti chilometri, ma comunque punto verso Estella che dista ancora 23 Km. Invece, ritrovandomi a camminare da solo visto che tutti hanno fatto la sosta a Puente la Reina, la mente vola su nuovi lidi e il cammino diventa meno pesante, i chilometri scorrono insieme ai pensieri e riesco a camminare fino alle 19,00. Arrivo a Lorca, un piccolo borgo antico dove stanno preparandosi per la festa del patrono e in piazza c’è tanta gente, credo per il ballo serale con un complesso del posto.Anche oggi ho percorso circa 36 Km e mancano ancora 8 Km. per Estella ma il buon senso mi dice che devo fermarmi e cosi, il primo hostello (Albergue) che trovo chiedo se hanno un posto letto. Il gentile gestore mi accompagna al piano di sopra e mi fa vedere la camera con i letti a castello che stanotte dividerò con tre tedeschi. Il bello del Cammino è anche questo, non sai mai con chi trascorrerai la notte…I tre tedeschi sono ben messi e russano tutta la notte, ma tra i tappi nelle orecchie e i pensieri degli incontri sul cammino riesco comunque a rilassarmi.Oggi riprendo il cammino verso le otto e lungo i bellissimi sentieri mi accompagnano un’infinità di cespugli di rose canine e penso che è già da una settimana che sto camminando. E’ da ieri pomeriggio che cammino da solo, non vedo nessuno, se non qualche ciclista che mi sfreccia a fianco augurandomi buon cammino.

La tappa è un continuo saliscendi tra campi di grano e vigneti, un bagno di verde e i sentieri scorrono lontani dalle strade. Dopo aver attraversato Estella, devio verso il magnifico monastero di Irache, dove nelle vicinanze c’è la fonte da dove esce da una parte acqua e dall’altra vino, credo sia una cosa unica nel Mondo, mentre sono li, arriva un contadino con una bottiglia di plastica e tranquillamente se la riempie, nonostante che un biglietto raccomandi solo l’assaggio.

I chilometri scorrono inesorabili, guardo indietro i paesi che ho appena passato e mano a mano che avanzo diventano sempre più minuscoli dietro di me. Davanti solo campi e campagna. Solo verso le 14,00 mi accorgo di aver fame e cosi mi siedo su un cippo che indica la direzione verso Santiago e mangio la seconda scatoletta di polpi sott’olio che ormai da due giorni mi porto a spasso, come se mi mancasse peso da portare; però è la cioccolata fondente a darmi l’energia per alzarmi e ripartire.

A fianco del sentiero un contadino, su di una scala sta tagliando con la motosega la parte alta di un castano e il mio pensiero corre simpaticamente ad una situazione simile, quando ero con le Fiamme Gialle e con il mio collega Roberto dovevamo tagliare un grande faggio che con le grande radici stava devastando il piccolo piazzare della caserma. Sull’albero ero salito io con la motosega, ma un po la posizione e l’inesperienza rendevano la cosa difficile e anche un po pericolosa. Dovevo escogitare a breve una soluzione. In quello stesso momento vedo che sta arrivando lungo la stradina l’allenatore del biathlon Marco, che come hobby si diletta a fare il boscaiolo. Roberto, gli dico, non dire nulla, stai al gioco e vedrai che l’albero ce lo portiamo a casa senza tanta fatica. Quando Marco è sotto di me, ad alta voce urlo a Roberto “basta, non c’è nulla da fare, è impossibile tagliare questa pianta, nemmeno un boscaiolo esperto lo saprebbe fare”. Nel sentire questa esclamazione Marco replica subito: “Vieni giù e dammi subito quella motosega che ti faccio vedere io” e sale lui sull’albero al posto mio. Mezz’ora dopo l’albero è tagliato a pezzi e caricato sul cassone della mia ape. Ringrazio Marco e sorridendo strizzo l’occhio a Roberto dicendogli “hai visto che non era poi così difficile tagliarlo?”.

Per un po del Cammino mi diverte ripensare a quella scena e il sorriso mi tiene compagnia, nonostante i chilometri e i continui saliscendi si facciano sentire nelle gambe. Sono ormai le 5 del pomeriggio quando arrivo a Villamayor e deciso punto verso Torre del Rio che dista ancora 8 km. e dove arrivo verso le 18,30, stanco dopo 41 chilometri, ma anche oggi con la consapevolezza che il Cammino ha lavorato dentro di me… (Pino Dellasega)

13/14 maggio 2015  St.Jean Pie de Port – PAMPLONA KM. 70

LA VIA LATTEA, IL PALADINO ORLANDO, LA VERGINE DI RONCIVALLE E PAMPLONA

Camminare è bello e ho deciso che tutti i giorni camminerò sino a quando sarò sfinito.

Che meraviglia, il Mondo del cammino è proprio qui che sta partendo. A centinaia si mettono in moto, parlando tutti la medesima lingua: “il Cammino”. Alle sette varco la porta di San Giacomo sulla fortezza di St.Jean Pie del Port e entro nel Cammino. Dieci giorni fa con il gruppo di amici Ways avevo varcato la leggendaria Porta dei Leoni sulla rocca sacra di Micene in Grecia, due momenti di grande energia. E’ come se fosse la prima volta che provo a camminare, come se dalla posizione a gattoni mi mettessi eretto, è una gioia immensa. Non c’è competizione ma solo amicizia, sguardi che si nutrono di volti, che cercano di capire le persone che ti camminano a fianco, è un’onda di scarpe e zaini lanciata verso una meta verso un punto di ricerca diverso per ognuno.

Stanotte ho messo la sveglia alle quattro, mi sono alzato e silenzioso sono sceso dalle scale di legno fino alla terrazza, per guardare con gli occhi del cuore la Via Lattea, quella strada nel cielo che San Giacomo duemila anni fa ha tracciato con le stelle. I grilli nei prati cantano per me e nelle strette vie si sente già il rumore di passi e bastoni; qualche pellegrino è già in moto, ma per me è ancora troppo presto, anche se il percorso di oggi fino a Roncisvalle lo affronterò con rispetto, sono più di 1200 metri di dislivello e 27 Km. di lunghezza.
La signora dell’ostello è proprio antipatica, mi rimprovera di essermi alzato durante la notte e aver fatto rumore sulla scale in legno, scendo per colazione e mi rimanda al terzo piano per portare giu anche lo zaino, porto lo zaino e mi fa risalire a spegnere la luce, poteva essere tranquillamente un generale di corpo d’armata. Ma è cosi anche con gli altri pellegrini mano a mano che scendo per fare la colazione, uno ad uno gli rimprovera qualche cosa, non rimane che sorridere e mettersela via.

L’amica poiana questa mattina non mi aspetta, probabilmente il suo cammino è finito qui, ha voluto, per chissà quale motivo, accompagnarmi fino alla partenza del mio vero Cammino, un regalo che serberò nel cuore.

Dopo un km c’è il bivio e si può scegliere, sulla sinistra il cammino alto sulle creste, il più impegnativo e sulla destra il sentiero per Valcarlos, dove racconta la leggenda che Carlo Magno si fosse accampato li (vedi libro)
Attraversato il ponte sul fiume e uscito dal paese, inizia l’ascesa ripidissima, su una stradina di asfalto con un pendenza di circa il 30% e cosi per 8 Km passando per il rifugio Honto e fino al rifugio Orisson. Da qui la salita seppur meno ripida non da tregua, il paesaggio è meraviglioso, pascoli infiniti interrotti da vallate con tanti cavalli e pecore liberi che pascolano.
Durante questo tratto cammino con Arturo di Merano che mi dice una cosa bellissima, “dai, io ogni anno vengo sul Cammino per due settimane” per farmi capire cosa è l’essenziale, che durante la quotidianità poi regolarmente perdo”.


Raggiungo con lui la Vierge de Biakorri, una statua su di una collinetta, scolpita grossolanamente ma stupenda nel suo essere, da qui Arturo va avanti e lo perdo per il resto della tappa. Sempre salita fino alla croce di pietra, dove finisce la strada asfaltata ed inizia un ripido sentiero che poi piega sulla costa in un paesaggio meraviglioso dove i faggi la fanno da padrone.
La salita sembra non finire mai, inesorabile il peso del mio zaino mi schiaccia a terra; finalmente arrivo al Col de Lepoeder a quota 1410 e inizio la discesa verso Roncisvalle, non seguendo il percorso che tutti fanno, ma dopo aver letto il libro, scelgo la strada di destra, che con una variante di mezz’ora in più mi fa arrivare a Col d’Ibaneta dove so di trovare un pezzo di leggenda. Infatti ci sono due monumenti importanti, il primo è la cappella che ricorda il luogo dove Carlo Magno ha invocato una preghiera rivolto verso Santiago de Compostela prima della battaglia e li vicino un piccolo colle con una grande stele in pietra che ricorda il luogo dove il prode Orlando e i suoi paladini sono stati uccisi.
I miei occhi vedono le stesse cose che hanno visto Carlo Magno, il cavaliere Orlando, Napoleone, Re e Regine, santi e poeti, nulla è cambiato agli occhi di chi passa, degli uomini rimangono invece solo i ricordi e le gesta eroiche.


Tolgo lo zaino e mi sdraio guardando il cielo sopra di me, chiudo gli occhi e mi sembra di sentire il rumore delle spade, il suono dell’eliofante di Orlando ferito a morte; vengo avvolto da una pace immensa, con il vento e gli uccelli che raccontano leggende passate.
La storia racconta che i saraceni, che erano in 50.000 nascosti da due giorni nella foresta, assaltano i cristiani della retroguardia di Carlo Magno, tra i quali c’era l’eroe ORLANDO. I saraceni mandarono i primi 20 mila uomini a combattere ma i cristiani che erano in trentamila ebbero la meglio e sterminarono tutti gli avversari, ma alla fine erano stremati e cosi quando arrivarono gli altri 30.000 saraceni rimasti nella foresta furono sterminati. Orlando fu l’unico a salvarsi e ferito a morte valicò i Pirenei e nella discesa (in una radura sulla montagna sopra roncisvalle) verso roncisvalle ormai alla fine, e dopo aver suonato l’eliofante per avvisare Carlo Magno, il cui suono fu portato dagli angeli, decise di rompere la famosa e magica durlindana contro una roccia. Ma questa non si ruppe, anzi, provocò una fenditura nella roccia che si chiama tutt’ora il valico di Orlando.
Prima di continuare la discesa verso Roncisvalle mi fermo davanti alla lapide della Vierge de Roncisvalle dove nella collinetta a fianco vi è l’usanza di confezionare con due rametti legati con erba una piccola croce, cosa che faccio: l’usanza dice che è di buon auspicio per il proseguo del cammino. Prima di partire prendo il libretto e recito a voce alta un breve passo per ricordare Orlando.


Sto per ripartire quando arriva in bicicletta una ragazza, capisce che sono italiano e mi chiede da dove vengo. Lei è di Merano, è partita in bicicletta da Lisbona e dopo aver fatto il Cammino Portoghese fino a Santiago de Compostela, ha fatto all’incontrario anche quello Francese e in quel momento lo stava ultimando, mancandogli solo la discesa lungo la Valcarlos. Vede che faccio fatica a ripartire e mi chiede se ho problemi, e quando gli dico che ho mangiato durante tutto il giorno solamente una banana e un po di cioccolato, tira fuori dalla sacca della bicicletta uno snack che mi fa subito riprendere le forze.
Ormai sono le cinque quando arrivo alla Collegiala, l’antico monastero di Roncisvalle, dove da dormire trovo solo in un container, dividendo i sei letti a castello con altre persone, ma va bene lo stesso, sono talmente stanco che mi basta un posto sdraiato.
Alcuni italiani mi fanno capire la loro delusione in quanto nella Collegiala viene dato la preferenza ai finti camminatori, quelli che arrivano con il pulmann e percorrono solo tre – quattro chilometri di cammino; loro potrebbero andare tranquillamente in hotel, mentre i veri pellegrini nei container.
Anche oggi ho camminato per oltre dieci ore con brevi pause per le riprese e le fotografie, i chilometri sono stati 27 con 1300 di dislivello, che in termini di lunghezza sono paragonabili ad altri 13 chilometri, quindi anche per oggi è come se avessi camminato per altri quaranta chilometri.
Dopo la doccia mi metto a scrivere queste righe e poi in chiesa per fare alcune foto e per assistere alla messa e poi via con la cena del Pellegrino, e che fame stasera.
Anche questa notte saranno i tappi gialli per le orecchie a salvarmi dai russatori…

RONCISVALLE – PAMPLONA KM. 43

E’ proprio vero che il piacere per il cammino viene solo camminando, e cosi oggi ho messo insieme due tappe del Cammino in una e per 12 ore i miei passi hanno continuato a pensare…
Da Roncisvalle parto che sono le 7,30 e lascio alle mie spalle il misero rifugio della notte che però mi ha ristorato le gambe e lascio la Colegiata. Il percorso è un continuo saliscendi tra una natura stupenda, di abeti, prati, pini e ginestre.
Nuvole di polline si alzano in cielo, sono le gemme di pino e le ginestre che mi coprono di una coltre gialla, per fortuna non sono allergico. Lungo il cammino faccio un po’ di strada con Victor un barbuto lituano di Vilnius che ha la mia stessa età, è vestito che sembra andare a festa ma cammina deciso verso valle. Con qualche parola in italiano e spagnolo mi dice che dopo l’uscita dall’Unione Sovietica e in cerca della libertà che non ha ancora trovato, visti tutti gli anni di sottomissione al comunismo.


A Zubiri dopo 21 Km. tutti i pellegrini si fermano per cercare rifugio per la notte, ma per me è ancora presto, sono le 13, ho voglia ancora di fare tanti chilometri e miro diritto a Pamplona. Lungo il percorso sono da solo e i continui sali scendi invece che affaticarmi i muscoli, li stanno nutrendo di energia e l’acido lattico accumulato nel tratto da Lourd a St.Jean Pied de Port sta scomparendo per lasciare spazio a tanta voglia di camminare, sono qui per questo e anche oggi camminerò fino allo sfinimento. Il Cammino sta incominciando a scavare dentro di me, mi accorgo che la mattina il cammino è nutrimento di volti, momento di incubazione e nel pomeriggio quando sono solo, nascono i pensieri. Mi rendo conto che allungando le tappe e i chilometri ogni mattina incontrerò nuovi volti per camminare a tratti insieme, altrimenti se rispettassi le tappe come tutti, camminerei sempre con le medesime persone.


Il mangiare e il dormire passano in secondo piano, trovano il loro vero ruolo, non come da noi che per molti sono le cose che più contano. Oggi ho pranzato con una sola scatoletta di polpo sott’olio e una banana e sto bene.
Verso le 6 del pomeriggio arrivo a Pamplona e dopo aver attraversato il ponte de la Magdalena entro nella città medioevale e ancor prima di trovare un posto per dormire entro nella cattedrale che è una meraviglia di architettura e arte.
Poco distante trovo l’ostello per i pellegrini dove mi fermerò la notte… (Pino Dellasega)

9/12 maggio 2015 LOURDES – St.Jean Pie de Port 146 Km

UN IMMENSO MONDO INTERIORE   Ho camminato tanto nella mia vita, ma oggi, a St. Jean Pie de Port mi sono commosso.

Il passato e il futuro rimangono piccoli perché senti dentro di te che inizia un viaggio profondo, dove solo i camminatori solitari possono entrare. Da domani inizia il mio sogno, percorrere a piedi la Via Lattea, sui passi di San Giacomo e di milioni di pellegrini dopo di lui. Un’esperienza che solo pochi anni fa non avrei nemmeno osato immaginare, invece la vita è fatta di varianti, di incroci che comunque ti offrono l’opportunità di scegliere. Sono alla partenza del Cammino senza un motivo preciso, ho voglia solo di percorrerlo, sento che mi manca dentro, e per questo ringrazio la mia famiglia per aver capito, che era giunto per me il momento di affrontarlo.Ma mi piace incominciare a parlarne da dove sono partito, tre giorni e mezzo fa, da Lourdes. AQUERO – QUELLA LA’ Dopo aver trascorso la notte in ostello insieme ad altri pellegrini stranieri, raggiungo la grotta di Massabielle a Lourdes.E’ da qui che voglio iniziare il mio cammino. Basta che chiudo gli occhi e posso rivedere la scena di allora che ho letto più volte.

Siamo a metà del 1800, rivedo la grotta e il terreno con solo sassi e qualche arbusto; tante persone sono in attesa curiosa dell’arrivo di Bernadette. La piccola pastorella si inginocchia e inizia l’estasi. Durante l’apparizione Bernadette si volta ed inizia con passo lentissimo a dirigersi verso la sponda del fiume Gave, poi, di colpo si ferma e si volta e il suo sguardo fissa la Signora vestita di bianco che è apparsa nella grotta, lentamente, come se guidata, torna verso la parte sinistra della roccia e, messasi in ginocchio inizia a scavare con le mani, portandosi alla bocca questa poltiglia di terra umida e masticando delle foglie di piante selvatiche che erano nella grotta.

Un episodio questo che per le persone presenti era sinonimo di pazzia della piccola veggente e solo quando le fu chiesto il perché di questo comportamento Lei disse “Aquero – Quella, mi ha chiesto di andare alla fontana a lavarmi la faccia e non vedendo acqua nella grotta mi sono diretta verso il fiume, solo allora Aquero –Quella, indicandomi con le dita mi ha fatto capire che dovevo recarmi sotto la roccia”Ebbene, da quel tentativo di scavo, il giorno dopo nascerà quella sorgente che regalerà tante guarigioni miracolose a centinaia di persone.Singolare il fatto che Bernadette non ha mai pronunciato il nome della Madonna, ma l’ha sempre individuata con “Aquero” che in dialetto di Lourdes significa Quella.

Solo nel momento in cui, in una delle ultime apparizioni, soddisfando la sua domanda, la Vergine ha risposto “Que soy era Immaculata Councepciou – Io sono L’Immacolata Concezione”, Bernadette la chiamerà la Madonna e tutti gli altri credenti e non, ad iniziare dal parroco di Lourdes capiranno dell’immensità dell’apparizione. Dopo aver assistito alla messa e preso la comunione, Il mio cammino inizia e per mia scelta a maggio, il mese dedicato alla Madonna e dalla grotta di Massabielle, carta topografica in mano seguo il corso del Gave. La pianura di Betharram è un centrifugato di verde, mucche e pecore.

E’ stupendo scegliersi la strada valutando bene la lunghezza e i dislivelli. Dopo dieci ore di cammino con quel peso impossibile sulle spalle decido di arrivare a Louve Jozun, dopo 43 Km.. Avendo pranzato durante il cammino con due sole baguette senza il companatico sono in carenza di zuccheri e gli ultimi chilometri finisco le riserve e mi trascino nel paese. Sono talmente stanco che se non troverò un letto dormirò in chiesa con il sacco a pelo, ma per fortuna non ce ne è bisogno.Fatto singolare che dalla grotta di Lourdes una enorme poiana, splendido uccello rapace, sta planando tutto il giorno sopra di me, e anticipa il mio cammino sostando lungo i pali della luce.Il secondo giorno, il corpo, ancora stanco dal giorno prima mi dice che farò pochi chilometri, invece il cuore, passo dopo passo mi fa guardare lontano e cosi mi fermo per la notte a Hopital Saint Blaise a circa 42 Km verso ovest. Unico compagno di viaggio la mia ormai amica poiana.

Sono le otto di sera e trovo posto in un garage vicino alla meravigliosa chiesa romanica. Sono sistemati alcuni letti a castello, quasi tutti occupati da pellegrini francesi in viaggio verso Lourdes. Non trovo niente di aperto per mangiare, ma solo un distributore automatico di bibite e snack. Siccome vuole solo monetine, ho a disposizione solo un euro e cinquanta centesimi e cosi scelgo una scatoletta di tonno con lenticchie, ma ve bene cosi perché sono davvero stanchissimo.Il terzo giorno mi aspetta una tappa impegnativa, dovendo attraversare il Col d’Osquich. alto 500 metri. Prima di affrontarlo mi fermo nel paese mi libero di alcuni capi di vestiario che spedisco a casa, abbassando il peso del mio zaino da 17 a 15 Kg., ora non ho più scusanti, ho proprio con me l’essenziale e gran parte del peso è dato dal computer e accessori vari, ma questa è una mia scelta. Sulla cima del passo vedo la poiana allontanarsi verso destra e la scena che ho davanti è unica nel suo genere.

Sopra il mio capo stanno planando ben 12 poiane, è incredibile quello che sta succedendo, fotografo e riprendo la scena. La mia amica poiana ha trovato compagnia e cosi mi avvio lungo la discesa temendo di averla persa. Dopo undici ore di cammino arrivo sfinito a Larceveau. Anche oggi ho fatto quasi 40 chilometri con tanto dislivello. Sono contento perché m mancano solo 16 Km. per St.Jean Pie de Port..Il quarto giorno inizio il cammino alle otto e con grande stupore un verso nel cielo richiama la mia attenzione: è la poiana che ormai da quattro giorni mi segue; dal bastioni dell’antica Cittadella la saluto prima di calarmi in paese.

A St.Jean Pie de Port entro nell’ufficio del pellegrino e metto il timbro sulle due credenzial. Ho solo due timbri per il momento, ma davvero importanti. In tre giorni e mezzo ho coperto i 146 Km. da Lourdes a St.Jean Pie de Port, camminando sempre su asfalto, con sole e tanto caldo, affrontando i chilometri di asfalto sempre in contromano in modo da vedere le macchine in arrivo per sentirmi sicuro.
Padre Mauro Marasca mi scrive: “Caro Pino ti ho ricordato nell’Eucaristia di oggi e continuerò a farlo, Sono proprio contento di avere un amico che è alla ricerca di quel più, che molti non pensano neppure di ricercare”.
Chiara Campostrini mi scrive: “Quel che abbiamo alle spalle e quel che abbiamo davanti sono piccole cose se paragonate a ciò che abbiamo dentro”., un gran bel pensiero per cominciare.

Da domani inizierà il mio sogno, il Cammino di Santiago de Compostela, varcherò l’antica porta del Cammino di San Giacomo alla Cittadella e il mio volo inizierà… (Pino Dellasega)

**Per praticità di lettura l’ordine cronologico parte dal basso verso l’alto.**

PARTENZA – Predazzo 8.5.2015

“Da domani i miei passi si fonderanno con la Via delle Stelle, su quel sentiero che porta a Santiago de Compostela, calpestato nei secoli da uomini e donne di ogni ceto sociale, mossi da un desiderio interiore, inspiegabile e che rigenera l’anima.

E’ giunto anche per me il tempo di percorrerlo, di ritrovarmi viandante per attraversare monti e pianure sino a specchiarmi nell’oceano alla fine del Cammino. Nessun programma ma solo tanta voglia di camminare, mi fermerò quando sarò stanco per riprendere forza nelle notti stellate, con la voglia di rivedere la luce del giorno per rimettermi di nuovo in cammino. Sole, pioggia e vento saranno i benvenuti a farmi da compagnia su quei millecento chilometri di emozioni.

lourdes santiago con pino dellasega mountainsport1

Voglio entrare definitivamente dentro il cammino, vagare nel suo lato oscuro, dove pochi riescono a vedere e capire, camminare su quella sottile linea che segna il confine tra sogno e realtà, dove il cuore vede più degli occhi e la mente ti concede idee inaspettate e i pensieri volano sopra cieli sconosciuti dove i colori della vita sono per tutti uguali e sognare non è vietato.

Ieri sono salito per la 605^ volta sul Monte Castellazzo per salutare il Cristo pensante ringraziandolo per i regali che la vita continua a darmi; ho raccolto cinque piccole pietre che porterò con me sul Cammino; la prima nella grotta di Massabielle a Lourdes, la seconda poserò alla Cruz de Hierro nei Montes de Leon lungo il Cammino, la terza a Santiago de Compostela dove riposano i resti mortali di San Giacomo, la quarta a Finisterre dove nell’antichità si pensava finisse la terra e l’ultima a Muxia al santuario della Vierge de la barca.

lourdes santiago con pino dellasega mountainsport2

Lo zaino è pronto, 17 kg., troppi, ma non posso fare a meno dell’attrezzatura video-fotografica e quindi avrò una bella pesante compagnia per tutto il Cammino.

Il mio cammino inizierà all’alba di domani dalla grotta di Massabielle a Lourdes in Francia e ogni sera pubblicherò un breve report, condividendo con voi le emozioni che nascono in quel Cammino dove i passi dell’anima si incontrano con quelli delle stelle e si fondono in un incedere di pensieri che vanno oltre lo spazio e il tempo.”

Vi porterò tutti con me sul Cammino di Santiago de Compostela… (Pino Dellasega)

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L’ESPERIENZA CONTINUA IN QUESTO SPAZIO CON L’AGGIUNTA QUOTIDIANA DI TUTTI GLI AGGIORNAMENTI ..  a presto!

 

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